martedì 17 maggio 2011

De Amicitia (et De Amicis - quello di "Cuore")

Sabato la mia amica Turbogirl si sposa.
Convola a giuste nozze, si fa mettere definitivamente il cappio al collo.
Tornate da Roma, Coscienza ed io ci siamo precipitate a Genova per il suo addio al nubilato, e, tralasciando momentaneamente  le conseguenze  nefaste sul nostro stato fisico e mentale di questo tour-de-force, non riesco a smettere di essere emozionata e a tratti incredula.
Mi sembra una cosa strana, perché crescendo insieme dalla prima elementare io vedo sia lei che me stessa  poco diverse dalle bambine con la cartella di Barbie e il grembiule bianco che eravamo allora. Invece evidentemente siamo cresciute, visto che si sposa, e che io sarò seduta poco dietro di lei, al posto dei testimoni, con il Maestro suo fratello.
Proprio come alle elementari, in effetti, quando lei, più piccolina, veniva sempre messa in prima fila, e il Maestro ed io dietro, insieme ai più alti. Il risultato è che siamo riuscite ad essere compagne di banco solo in prima e seconda, perché il nostro mitico e indimenticato maestro Ch. disponeva la classe in base alle amicizie e non in base al più razionale metodo dell'altezza applicato poi dalla nuova maestra Silvana.
Al maestro Ch. dobbiamo la nostra indissolubile amicizia. 
Ricordo il primo giorno di scuola (scuola E. De Amicis) come se fosse successo l'altro ieri, ricordo esattamente l'odore dell'edificio,  ricordo che stranamente io non ero agitata e non ero preoccupata per il distacco anche se era la prima volta che mi avventuravo fuori dal nucleo familiare. Direi che il sentimento prevalente era di curiosità, e soprattutto volevo imparare a leggere e a scrivere. 
Ci avevano radunati tutti nella palestra della scuola, bambini e genitori, la direttrice fece un discorsetto che io non ascoltai, mentre mi guardavo in giro. Notai subito quella bambina con i capelli biondi e lunghissimi, che aveva la cartella blu di Barbie. La mia era bianca e rosa, e credo fossimo le uniche in tutta la scuola ad averle. Anni dopo, mi disse che anche lei mi aveva notata per lo stesso motivo; quindi un doveroso ringraziamento va anche alla nostra bambola preferita.
Comunque, i genitori ci accompagnarono in classe e poi se ne andarono, e non so perché ma mi sembrò perfettamente naturale che quella bambina con la cartella di Barbie fosse nella mia stessa classe; ricordo Elisa, successivamente mia rivale in amore, che piangeva come una fontana e non voleva lasciare andare sua mamma e ricordo che lo trovai un comportamento imbarazzante per una della nostra età; io finii vicino a un'altra bambina e cercai di vincere la timidezza e socializzare. Mi piaceva la scuola, fin lì.
Poi venne l'intervallo, e il maestro ci disse di metterci in fila per due per andare in bagno. Io davo per scontato di mettermi in fila con la mia compagna di banco, ma lei, traditrice, banderuola, fedifraga, si mise con un'altra bambina e io rimasi sola. Allora il maestro mi prese e mi fece mettere in fila con Turbogirl, e da allora siamo state più o meno inseparabili. Lei fu la prima a darmi il diminutivo che ancora oggi tutti usano, perché il mio nome era troppo lungo.  Abbiamo fatto tutto insieme tutte le scuole, le lezioni di danza, di piano, il conservatorio, il liceo. Se lei non era a casa mia, io ero a casa sua. Quando c'è stato l'alluvione nel '94 abbiamo passato una settimana in pigiama, insieme 24 ore su 24 a giocare con il vecchio Commodore 64, a scrivere sui rispettivi diari, a raccontarci le cotte più o meno segrete. Mi vergogno un po' a dirlo, visto il disastro che ci circondava, ma è stato uno dei periodi più felici della mia vita. 

In definitiva, sono stata fortunata. Io volevo solo che mi insegnassero a leggere, e invece mi sono ritrovata una sorella aggiuntiva in omaggio, con tutta la famiglia.
E, onestamente, non trovo imbarazzante che ci siamo conosciute perchè dovevamo andare in bagno a fare la pipì insieme. In fondo si sa che gli amici si vedono nel momento del bisogno. 

giovedì 5 maggio 2011

Chattanooga choo-choo

Ho studiato a Venezia, e per anni sono stata costretta a percorrere lunghi tratti d'Italia in treno.

Avanti e indietro.
Avanti e indietro.
Da Ovest ad Est e ritorno.

Il viaggio tipo era: in macchina, portata da qualche anima pia, fino a Voghera, poi da lì allora c'era un treno proveniente da Savona o La Spezia e che, senza cambi, arrivava direttamente in laguna. Poi qualche cervellone delle FS ha pensato di sopprimere tutti i treni dalla Liguria a Venezia, costringendomi a cambiare a Milano. Poco male, se non che i treni che provengono dalla Liguria sono sempre perennemente in ritardo di almeno 10 minuti, quindi dopo aver perso la coincidenza un paio di volte, mi sono rassegnata ad aumentare il tempo di percorrenza di un'ora. Un'ora infinita, di attesa nella squallidissima sala d'aspetto della stazione Centrale, sentendomi catapultata in un film sulla Grande Depressione: i lampioni liberty con i globi illuminati con una luce giallastra, il marmo color senape, i barboni, i passeggeri in attesa che sembravano sempre dei migranti italiani in cerca di fortuna.

Poi di solito salivo su un altro treno intercity puzzolente, rischiando 9 su 10 di farmi il viaggio in piedi, di dover percorrere 3 carrozze per trovare una toilette agibile, di morire di caldo d'estate e di freddo d'inverno.



Questo naturalmente quando tutto filava liscio e il treno non si decomponeva durante il tragitto, costringendoci a soste bollenti in mezzo alla campagna veneta sotto il sole di luglio, quando non c'erano scioperi, quando le linee aeree non venivano tranciate, quando insomma non si verificava nessuno di quei fantasiosi imprevisti che qualsiasi pendolare può elencare.

Per farla breve, ho sempre detestato viaggiare in treno, e, appena sono diventata automunita, le FS sono diventate l'ultima ratio prima del "vado a piedi", infatti fino a due settimane fa non avevo più messo piede a Centrale da almeno quattro anni. E cosa trovo? Hanno trasformato la stazione in una specie di paradiso per shopping addicted, l'hanno rimodernata, pulita, dotata di rampe mobili e di qualsiasi negozio monomarca che la fantasia possa suggerire. L'hanno resa un posto praticamente piacevole, specialmente se devi aspettare una coincidenza per un'ora e hai esaurito tutti i passatempi dopo appena 15 minuti.

Oggi invece sono a bordo di un nuovissimo Freccia Rossa alla volta della Capitale. Questo treno non puzza, è nuovo, c'è un omino che fa su e giù col compito di pulire le toilettes a ciclo continuo. Insomma, non è più quel carro bestiame al quale ero abituata. In più, per fortuna ho portato il netbook e il blackberry, se no mi sentirei un pesce fuor d'acqua. Su 8 persone me inclusa, 5 hanno estratto il pc appena saliti a bordo, 3 l'iPhone, 3 il blackberry. Uno non la smette di fare telefonate rigorosamente di lavoro, ma fortunatamente è educato e parla a voce bassa. Un'altra ha messo il suono del campanello della bici per i messaggi sul BB, e giuro che al prossimo glielo prendo e vado a gettarlo nel pulitissimo gabinetto di bordo. Se non fosse per questa deliziosa signora, che per inciso, sbadigliando senza alcun ritegno, mi ha appena mostrato il lavoro del suo dentista in ogni suo dettaglio, avrei anche potuto ricredermi sul viaggiare in treno.


lunedì 2 maggio 2011

Mille ce n'è, nel mio cuore di fiabe da narrar

Finalmente Aprile è finito ma non sono finiti i post di compleanno.


Con colpevole ritardo dovuto alla maledettissima fatturazione che mi ha impedito di compiere il mio dovere di cronista mondana dei VIP apulo-milanesi, oggi è il gran giorno in cui celebrerò come merita un altro compleanno eccellente.

Ieri sera si è conclusa la settimana di festeggiamenti per il compleanno dell'Amazzone con un happy hour casalingo che avrebbe fatto invidia a molti bar milanesi per quantità e qualità elevatissima.
In effetti mi aspettavo almeno due fuochi d'artificio che informassero dell'evento anche i milanesi non invitati, ma tant'è, ci accontentiamo.
C'è stato anche un tentativo di abbordaggio di Sfinge da parte della festeggiata, tentativo pateticamente mascherato da involontaria perdita di equilibrio.


Devo confessare che con questo suo modo di prolungare i festeggiamenti, l'Amazzone è per me come una Grimm in gonnella: mi ha fatto tornare in mente le fiabe, mi ha fatto tornare bambina.

Quando ero piccola la mia mamma mi leggeva spesso una fiaba prima di addormentarmi, e ricordo distintamente che in tutte quelle dove si doveva festeggiare qualcosa (dalla nascita dell'erede al trono al matrimonio del principe con la principessa), il Re decretava festa in tutto il Reame e i festeggiamenti andavano avanti "in pompa magna" (espressione che sogno di usare da allora) per una-due settimane almeno. Ecco, lei è come una Regina.

Ancora non la conoscevo, l'Amazzone, e già mi si narravano epici addii al nubilato. Sì, addii al plurale, perchè uno non bastava mica per festeggiare un tale portentoso evento! In effetti non ne sono bastati neppure due; poi dài, si sa che non c'è due senza tre, e alla fine ci aveva preso talmente tanto gusto che siamo arrivati a quota quattro. Poi per fortuna si è sposata e ha dovuto smettere, ma la Bucaniera temeva fortemente che avrebbe rimandato le nozze a data da destinarsi pur di poter continuare a organizzarsi addii al nubilato a ciclo continuo.

L'Amazzone non è persona che passi inosservata. Se anche si trovasse in una stanza con mille persone riuscirebbe a catalizzare l'attenzione di tutti. Sicuramente il fatto che non sia esattamente uno scricciolo la aiuta, ma ancora di più credo dipenda dal tono della voce. È una di quelle persone che potrebbero evitare di telefonare e limitarsi ad aprire le finestre e chiamare.

Una volta siamo andate al cinema a vedere "Mangia, prega, ama" in lingua originale e la sala era naturalmente gremita di composti e silenziosi stranieri. Noi abbiamo iniziato a mostrarci italiane fin da subito parlottando fra noi, solo che la Amazzone non è in grado di sussurrare: il suo sussurro corrisponde al mio "ad alta voce". All'apparire di Luca Argentero insegnante di italiano di Julia Roberts, non ci ha manco più provato a parlare piano, ma se ne è uscita con un "Moooo', certo, una viene in Italia e come tutor le capita Luca Argentero! M. - rivolgendosi alla sua coinquilina americana - tu hai mai avuto uno come Luca Argentero a insegnarti l'italiano?"; e, dopo aver commentato varie altre scene del film, mentre la Ballerina ed io cercavamo di diventare un tutt'uno con la poltrona per sfuggire gli sguardi di riprovazione degli altri silenziosissimi spettatori, è sbottata all'apparizione di Javier Bardem, suo sex symbol per antonomasia: "Oh, giovani, l'anno prossimo tutte in vacanza a Bali! Vedi che lì esci di casa e trovi Javier Bardem! Noi uscivamo dal trullo e chi vedevamo? Sfinge!".
Devo dire che quella sera, dopo tante soddisfazioni, mi ha dato una piccola delusione.
Uscendo dal cinema, dopo aver visto Julia che si scofanava una bacinella di spaghetti al sugo che manco Alberto Sordi, con lo stomaco che brontolava e l'acquolina in bocca, ho proposto di andare a mangiarci una cosa, sicura che non avrei ricevuto l'appoggio della Ballerina, ma che avrei certamente avuto l'appoggio dall'Amazzone, sì, perché ci accomuna una passione quasi erotica per il cibo. E invece, lei, proprio lei, mi risponde: "Mah, guarda, io onestamente non ho molta fame, dopo i pop corn mi sento proprio a posto, e poi ultimamente sto mangiando meno, mi si deve essere rimpicciolito lo stomaco".
No. Non è possibile. Ho perso la mia socia, ho pensato. Il tutto, oltre a sentire ovviamente una certa vergogna per essere l'unica ad aver conservato questa abitudine estremamente volgare di mangiare. Dopo questo ci siamo separate.
Tempo dopo, la Bucaniera mi ha chiesto com'è andata la serata, e io le ho raccontato tutto per filo e per segno, incluso il finale di serata che mi ha messo in imbarazzo. E lei scoppiando a ridere: "Ma che popcorn, quella alle 7, prima di uscire dall'ufficio, si è mangiata le polpette al sugo!

Auguri Amazzone, che la vita ti sia dolce come un bigné e ti soddisfi come un'ostrica sugosa e che ti inebrii come un buon vino rosso della tua terra di Puglia.