mercoledì 31 marzo 2010

Dedicated to Mr. Big

Mr. Big può essere:

a. Un personaggio di S&tC; ho peraltro scoperto oggi che l'attore che lo interpreta, Chris Noth, ha la veneranda età di 56 anni. La sua fidanzata, con cui ha appena sfornato un pupo, è del 1982. Esattamente la metà dei suoi anni, non si fa per dire. Se fosse pure bellissima sarebbe troppo un cliché, per fortuna mi pare che sia abbastanza brutta. Ovvio, sempre per quanto possa esserlo un'attrice di Hollywood, anche se di seconda categoria.

b. L'uomo perfetto per antonomasia (sempre per via di S&tC); l'uomo perfetto perché alto, fascinoso, dal viso volitivo, di successo, ricco, intelligente, ironico; l'uomo che non è facile da accalappiare, il genere che ti fa sudare sette camicie, con cui non puoi mai sederti sugli allori.

c. Un gruppo pop/hair metal degli anni '90 che non era affatto male; il cantante aveva una gran bella voce, un po' femminile. E in effetti tra i capelli lunghi, il trucco e il viso efebico era un filo ambiguo anche fisicamente.

d. Una persona vera, in carne ed ossa; abbiamo deciso che il suo alias su questo blog sarebbe stato Mr. Big, anche se non ha proprio tutte le caratteristiche sopra descritte, perché tra il serio e il faceto gli ho detto qualche volta che è la mia anima gemella; di certo sa veramente tutto di me, anche i segreti più torbidi. Praticamente una via di mezzo tra un confessore, un amico immaginario e una guida spirituale. Ha anche l'opzione Uomo Attrezzo. Ovvio, da perfetto Mr. Big ha una quantità di difetti che non voglio rendere pubblici se no poi lo so che si vendica su di me, ed è un ragazzo intelligente e pieno di fantasia, quindi elaborerebbe vendette terribili, che non voglio assolutamente sperimentare. Inoltre, ci sarebbe troppo da dire di lui, ma così la sua copertura salterebbe completamente. E anche la mia.

martedì 30 marzo 2010

Amor Mio

Quando siamo state a Venezia c'era un piccolo mercato delle pulci ai Giardini.
Abitanti del luogo che si liberavano di un po' di vecchiume. Giusto due-tre banchetti, uno dei quali vendeva libri, riviste e dischi.
Il mio intellettualissimo ex  ovviamente ha disdegnato chicchere e caffettiere vintage, dedicandosi a spulciare i libri.
Sua sorella ha iniziato a spulciare i dischi e io con lei. Spulciare... In realtà ho visto Mina e non ho notato nient'altro. Tra l'altro una delle canzoni sue che preferisco. Mi sono aggiudicata questo 45 giri per la folle cifra di 1 euro. Ora devo solo procurarmi un giradischi, che di certo costerà molto di più.

Adoro Mina. Adoro la sua voce spettacolare, il suo stile, adoro il fatto che in questa foto abbia la stessa pettinatura che ha avuto anche mia madre per un periodo. Adoro il suo modo di truccarsi gli occhi. Mi piace anche come scrive, perché non tutti lo sanno, ma scrive dei bellissimi editoriali su La Stampa. E' intelligente.
Così intelligente da ritirarsi dalle scene a 38 anni, all'apice del successo.
Tanto per dire, perché i Pooh non hanno seguito il suo esempio e ce li abbiamo ancora sulle croste?

L'altro giorno è stato il suo compleanno. Ieri sera su RAI 2 c'era un programma in suo onore condotto da Paolo Limiti. Mi rendo conto che è un mio problema, ma non sopporto quell'uomo. Lo so che conosce Mina, che è nel campo dallo stesso periodo, ma detesto quel suo modo di fare lezioso, quel suo continuo ricordare che ha scritto delle canzoni "che hanno fatto il giro del mondo" (allora, il programma lo fai in onore di Mina o in onore di te stesso??), detesto i suoi capelli che sembrano la parrucca di un manichino dell'Upim degli anni '80. Lo trovo così insopportabile che alla fine ho rinunciato a vedere il programma.
 
Comunque, finché non mi sarò procurata il giradischi di cui sopra, il disco continuerà a fare bella mostra di sé appoggiato alla parete. Per fortuna la foto è così bella che sembra un quadro.

venerdì 26 marzo 2010

Marzo pazzerello

Non c'è niente come i temporali.

E' bellissimo quando piove, poi smette, poi diluvia, poi smette, poi piove di nuovo, e le nuvole si fanno sempre più alte e il grigiore si attenua fino a diventare quasi azzurro.
E poi da un punto imprecisato del cielo si fa largo un raggio di sole, la luce diventa intensa e tutti iniziano a esclamare "L'arcobaleno!".

Allora il verde si fa più verde, le macchine in coda sull'autostrada diventano meno fastidiose, la ridente località a 25 km da Milano sembra quasi essere meno deprimente.

Dura poco, purtroppo, l'arcobaleno, ma l'effetto corroborante che mi fa continua ancora parecchio tempo dopo che è svanito.
Per chi se lo domandasse: sì, questo è ciò che vedo dalla finestra dell'ufficio. Anzi, è la parte migliore del panorama.

giovedì 25 marzo 2010

Elettra

Di tutto il greco che ho studiato al liceo mi sono piaciute praticamente solo le tragedie. Certo, la concorrenza erano i paradigmi dei verbi, che ho prontamente rimosso, o, al limite, i filosofi. Che non ho mai capito fino in fondo.
In particolare amo le tragedie di Euripide:

 "Ahimè, ahime!
   Io son d'Agamènnone figlia,
   a luce mi die' Clitemnèstra,
   l'odïosa figliuola di Tíndaro.
   Me chiamano i miei cittadini
   Elèttra la misera.
   Ahimè, ahi, che gravi travagli,
   che vita odïosa e la mia!
   O padre, tu giaci nell'Ade:
   dalla sposa e da Egisto sgozzato,
   tu giaci, Agamènnone".


(Elettra, Euripide, trad. di Ettore Romagnoli)


Tutti conoscono il complesso di Edìpo, in cui il figlio maschio sviluppa il desiderio di essere oggetto esclusivo di amore da parte della madre e, conseguentemente, un sentimento di rivalità nei confronti del padre. Freud in verità l'aveva buttata sul desiderio sessuale, ma secondo me (che, sia chiaro, sono una profana) lui aveva un po' il chiodo fisso.
Comunque, il corrispettivo del complesso di Edipo in versione femminile è il complesso di Elettra. Anche Elettra uccide la madre, o convince suo fratello Oreste a farlo per lei, per vendicare la morte del padre. 
Il bello di questi miti greci e delle loro implicazioni psicoanalitiche è che, per quanto non ce ne rendiamo conto, esistono davvero, sono vivi e soprattutto sono in mezzo a noi. Specialmente se, per qualche motivo, la storia familiare è un po' travagliata. 
Io sono assolutamente cosciente del fatto che il complesso di Elettra aleggia su tutte le mie storie. Quando ero più piccola lo facevo inconsciamente, ora mi sorprendo a ridacchiare di me stessa se quando conosco un ragazzo lo valuto facendo un continuo paragone con mio padre. 
Sia in positivo che in negativo. Tipo "Questo è bene educato e intelligente e colto... non quanto mio padre, ma potrebbe andare"; oppure "Questo è matto come un cavallo, ce ne manca solo un altro in famiglia"; "Toh, è acquario come mio padre". E via discorrendo. 
Il punto è che tutto ciò comporta una serie di problemi: il primo è che sono molto scettica sulla possibilità di trovare qualcuno che sia all'altezza di mio padre; il secondo è che sono terrorizzata all'idea di trovare qualcuno che sia all'altezza di mio padre. E scoprire che è alla sua altezza non solo nei molti pregi, ma che lo è anche nei molti profondissimi difetti.
Infine, ho il sospetto di essere io stessa troppo simile a mio padre, e non voglio rischiare di fare qualche casino. 
La genetica non è un'opinione, il sangue non è acqua.

martedì 23 marzo 2010

Nothin' lasts forever

So never mind the darkness
We still can find a way
'Cause nothin' lasts forever
Even cold November rain

Allora, è marzo, è ufficialmente primavera da 3 giorni (l'equinozio, con annesso passaggio del sole nel segno dell'ariete, è stato il 20 e non il 21). Però, maledizione, guardo fuori dalla finestra e mi sento in vena di andare a portare qualche crisantemo al cimitero. Per fortuna il mio sfrenato ottimismo per prima cosa mi fa venire in mente "Nothin' lasts forever, even cold November rain"; per seconda cosa "Can't rain all the time..." da Il Corvo.

Situazione meteorologica a parte, ieri sera abbiamo fatto un aperitivo molto carino. Gruppo ristretto che contava la Northern Baby e me, raggiunte poi dalla Sfinge. Abbiamo rischiato la ciucca triste, perché la bambina è in partenza e ha iniziato la serata considerando il fatto che serate come questa non torneranno mai più. Mi si spezza il cuore solo al pensiero, sentirò molto la sua mancanza. Ed è tristemente in linea con il titolo. La pioggia non dura per sempre, e purtroppo neanche le cose belle.
Per fortuna siamo riuscite a resistere alla tentazione di rattristarci, e invece ci siamo divertite, c'era anche la musica dal vivo. Due chitarristi. Uno dei due molto carino. Bravi, anche. Peccato le amiche (o fans, o sorelle, non so...) che hanno deciso di sfruttarli come base per karaoke, rovinando così una delle mie canzoni preferite e molte altre, e causando di certo rivolgimenti dei cantanti defunti nelle loro stesse bare.
Tornando ai chitarristi, sono stati bravi. Hanno fatto molte cover, ovviamente, ma anche qualcosa di loro e devo dire che non è stato affatto male.
Ho un debole per i chitarristi. Ho un debole in generale per i musicisti, ma tra tutti credo che i chitarristi siano proprio i miei preferiti. Intanto perché mi piace la chitarra come strumento, mi piace il suono, mi piace che sia versatile, che sia maneggevole, mi piace la forma. Ogni volta che sento suonare Slash vorrei mollare tutto e imparare a suonare la chitarra. Mi vengono i brividi sulla schiena, la pelle d'oca e mi si drizzano tutti i peli quando sento un assolo fatto bene.
Poi naturalmente i chitarristi sono delle prime donne allucinanti e siccome un po' lo sono anche io (dentro di me c'è una cantante repressa, e si sa che i cantanti sono anche peggio dei chitarristi) finisce che cerchiamo di rubarci il proscenio a vicenda. Per cui ho giurato a me stessa che coi musicisti in generale, e coi chitarristi in particolare, ho chiuso.
Peccato che quella sia la parte razionale di me.
Quella irrazionale, coadiuvata da una notevole dose di tequila, ha fatto gli occhi dolci al chitarrista carino per tutta la sera.

venerdì 19 marzo 2010

Don't Bet on It

"All right, you win. You win. I give. I'll say it. I'll say it. I'll say it. DESTINY! DESTINY! NO ESCAPING THAT FOR ME! DESTINY! DESTINY! NO ESCAPING THAT FOR ME!"

Gene Wilder, Young Frankenstein


Sul desktop del mio pc ho questa geniale applicazione chiamata Answer Ball. Praticamente è un oggetto che se scosso, nella sua versione fisica, o cliccato in quella elettronica, mentre si pensa a un quesito, sputa un parere totalmente casuale. 
Lo ammetto, per quanto sia un'applicazione alquanto stupida, per quanto io sia un essere piuttosto razionale... ebbene sì, ogni tanto la uso.
Ho già confessato di avere dei seri problemi a scegliere, di essere una di quelle persone che vorrebbero poter fare tutto allo stesso tempo. Ma visto che non è possibile, la vita stessa mi impone di prendere decisioni. 
A volte ci sono situazioni in cui i ragionamenti non servono a nulla, né servono i pareri di amici o familiari, che sicuramente li espongono con cognizione di causa. 
A volte si ha solo bisogno di sapere cosa ne pensa il fato. Operare una scelta sulla base del caso. Non so quale meccanismo scatti nella mia testa, ma semplicemente mi passano i sensi di colpa, i rimpianti e i dubbi tipo "cosa sarebbe successo se avessi scelto l'altra opzione?", perché in realtà non sono io ad aver scelto, ma il caso, e quindi sarebbe comunque andata in quel modo, poiché "il destino è quel che è - non c'è scampo più per me". 
Credo che la cosa funzioni solo per i fatalisti. 
In ogni caso, questo inizio di primavera mi mette in una disposizione d'animo molto sentimentale, quindi ultimamente pongo quesiti di tipo romantico alla mia Answer Ball. 
Per esempio: "incontrerò qualcuno di interessante prossimamente?". Oppure "quella tale persona potrebbe essere interessata a me?".
Credo che la palla sia rotta. Oppure sono rotta io. 
Perché a queste domande mi dà sempre la stessa risposta: "DON'T BET ON IT".

giovedì 18 marzo 2010

Ageing


Too young to hold on
And too old to just break free and run
Lover, you should've come over, Jeff Buckley

Ieri era la festa di San Patrizio.
Dopo una pizza, Northern Baby, Sfinge, il Sarto ed io, con lo scopo di festeggiare la ricorrenza degnamente con una bella pinta di birra, ci siamo stipati dentro un pub irlandese che traboccava letteralmente di gente ; per ottenere l'ambrata bevanda abbiamo trascorso venti minuti in coda in mezzo alla calca, alla musica a un volume folle (per fortuna erano gli U2, almeno), all'odore di stalla misto a quello di dopobarba fortissimi.
Di nuovo un tuffo nel passato.
Era molto tempo che non mi trovavo in una situazione simile, e per quanto non mi sia mai piaciuta particolarmente la contiguità con sconosciuti sudati e puzzolenti che ti piantano i gomiti tra le scapole, pestano le tue inestimabili scarpe di nabuk grigio perla dei Fratelli Rossetti, rischiano di farti la doccia con le loro pinte, eccetera eccetera, devo ammetterlo: anni fa avevo una resistenza decisamente maggiore.
Ma quand'è successo che sono invecchiata? Eppure io non mi vedo molto diversa da come ero prima. In realtà fatico anche ad ammettere che siano passati 10 anni. Mi è volato via il tempo e non me ne sono accorta.
Ho il terrore di diventare una di quelle donne patetiche che si comportano da ragazzine e magari cercano di entrare in competizione con la figlia. Orribile.
Oppure di essere un'adulta inconcludente perché pensa di avere tutta l'eternità davanti.
Intendiamoci: io vorrei avere tutta l'eternità davanti; spero sempre che la medicina riesca a sconfiggere la morte e ci trasformi in semidei che non invecchiano e muoiono solo se e quando decidono che si sono rotti le scatole di questo mondo. Ma so che difficilmente questo avverrà. Perciò se mi fermo a rifletterci su, ho la sensazione di stare perdendo del tempo prezioso.
Questo fatto di dover lavorare per vivere, ad esempio: perdo, anzi, noi tutti perdiamo la maggior parte della nostra vita a lavorare, e non possiamo smettere se non quando ormai la vita è agli sgoccioli! E' terribile!
E ancor più terribile è la consapevolezza che in questo modo non potrò mai dedicarmi a trovare la mia vera strada, quella che mi farà lasciare un segno del mio passaggio su questa terra.
Ebbene sì. Ho le manie di grandezza.

martedì 16 marzo 2010

Impossibilità di scelta

Ogni tanto mi piace lasciare briglia sciolta all'immaginazione e fantasticare su come sarebbe stata la mia vita nel passato. Diciamo un paio di secoli fa. Mi vedo nell'Ottocento, con corsetti, vari strati di gonne, crinoline, pizzi e merletti. Di solito mi stufo subito, le donne all'epoca, anche quelle di buona famiglia, non è che facessero una vita molto eccitante. Anzi, per dirla tutta doveva essere una barba. Ricamo al piccolo punto, lezioni di musica e di canto, e la ricerca spasmodica di un marito prima di toccare i 20, se no eri già fuori mercato. Forse se avevi la fortuna di non morire di parto (o di appendicite, o di una qualunque altra banale infezione o malattia) e tuo marito schiattava di infarto potevi goderti qualche anno di libertà, ma altrimenti eri condannata agli arresti. Quindi diciamo che le mie fantasie, di fronte a questo muro di realismo, si frantumano piuttosto rapidamente. 
Però oggi mi è balenato il pensiero che forse, tranne in qualche raro caso, magari non era una vita infelice. Non puoi sentire la mancanza di ciò che non hai mai avuto. La libertà, l'indipendenza, la parità di diritti, la medicina moderna, i mezzi di comunicazione, sono dipendenze che ho sviluppato perché le ho potute sperimentare. Con la coscienza di oggi non potrei vivere nel passato. 
Ma se fossi nata nel passato probabilmente mi sarei trovata relativamente bene. Forse la mia vita sarebbe stata addirittura più semplice. Avrei avuto una strada già pianificata fin dalla culla, senza possibilità di scegliere; scegliere è faticoso, non so se siete d'accordo. Ho sempre enormi difficoltà a farlo, personalmente; vorrei poter fare tutto per paura di perdermi qualcosa. Vorrei andare a casa da mia mamma e dai miei amici di sempre ma vorrei anche restare a Milano per non perdermi le serate qui. Vorrei cambiare lavoro per vedere se riesco a prendere il volo, ma vorrei restare per vedere se le cose mi possono andare bene anche qui; vorrei sistemarmi e trovare una stabilità, ma non vorrei perdere quel brivido e quel senso di libertà che mi dà il vivere alla giornata. Tanto per fare qualche esempio. 
E ora mi chiedo se avere una scelta troppo ampia di possibilità non sia in realtà una condizione paralizzante. 

lunedì 15 marzo 2010

Oltre il ponte

Sfidando coraggiosamente virus gastroenterici ed eventuali ricadute, sfidando il traffico e gli incidenti, sfidando il rischio di climi siberiani, ma, soprattutto, sfidando la maledizione che grava su tutti i viaggi che abbiamo organizzato e mai potuto fare in questo anno 2010, le nostre tre eroine hanno passato un bellissimo week-end nella Serenissima.
Le tre eroine in questione sono la sottoscritta, la Bambina del Nord e la Ballerina.
La buona notizia è che l'incantesimo è rotto. Siamo riuscite a fare il viaggio. Niente è andato storto. Ora posso dirlo. Ho viaggiato con la borsa piena dei medicinali che avrebbero potuto servirmi. Plasil, Imodium, Tachipirina. Niente doveva fermarci, stavolta.  
Perchè Venezia. Ho fatto l'università lì, ci ho vissuto per 6 anni. Era tanto che volevo tornarci. Lì abita ancora la mia famigliola veneziana. La mia amica Cicci, la mia sorella putativa, la ragazza che se fossi nata uomo avrei sicuramente sposato. Ormai siamo a un livello tale che non dobbiamo nemmeno guardarci in faccia per capirci, ci leggiamo direttamente nel pensiero.
Lei è rimasta a Venezia. Io non ho mai pensato che sarei rimasta dopo gli studi. Venezia è una città difficile da vivere, una città in cui la vita ha ritmi lenti che non si accordano con i tempi moderni, in cui se si decide di comprare una cassa d'acqua lo si fa a proprio rischio e pericolo, in cui alcune case sembrano progettate da Escher sotto oppiacei; io non posso pensare di metterci una mattinata per fare due commissioni, di ascoltare se la mattina suonano le sirene dell'acqua alta e sapere che ci metterò ancora più tempo per andare dove devo andare.
Però non mi ero mai resa conto di quanto quella città assurda mi manchi.
E' bella. Basta guardarsi intorno e qualcosa di bello, uno scorcio, un  edificio, una colonna messa lì senza apparenti motivi, colpisce lo sguardo. Il Fato ci ha stranamente accordato due giornate di sole, un clima ideale, abbiamo percorso chilometri e chilometri sotto lo sguardo protettivo dei leoni alati che sorvegliano tutta la città. C'era un po' di foschia, ma la foschia si addice a Venezia, come uno strato di tulle che attenui il colore troppo sgargiante di una bell'abito. Ieri ad esempio l'isola di San Giorgio (nella foto, sullo sfondo) sembrava emergere da una nuvola, c'era questa nebbia bassa sulla laguna che nascondeva l'acqua e sembrava di volare.
Ovunque mi girassi emergeva un ricordo. Avevo questa strana sensazione di non essermene mai andata ma nel contempo mi rendevo conto di tutti i cambiamenti che ci sono stati in questi anni; come se percorrendo il ponte della Libertà non fossi solo tornata dalla terraferma alla laguna, ma come se fossi tornata dal presente al passato; o a un presente alternativo. E' rimasta una città per turisti e per famiglie. Non ci sono locali dove i giovani vadano a divertirsi, dopo le 10 di sera è difficile incontrare gente, forse la vita è un po' noiosa rispetto a come sono abituata ora.
A Milano mi diverto molto, mi trovo bene, ho un bel gruppo di persone che considero davvero buoni amici e che mi mancano quando non ci vediamo; faccio un sacco di cose che non potrei fare in nessun'altra città, men che meno a Venezia. Ma quando sono tornata a ieri sera mi è sembrata brutta in maniera insopportabile. Lo so, in realtà non è nemmeno così brutta, ma paragonata a Venezia sembra una periferia industriale.
Forse se diventerò mai ricca mi ritirerò a vivere a Venezia e farò da mecenate a giovani promettenti artisti. Trema, Peggy Guggenheim!

venerdì 12 marzo 2010

Funamboli

Guardavo le foto di una mia amica che si è sposata da poco. Abitiamo lontane, quindi in verità non so molto di lei e di come in effetti si svolga la sua vita quotidiana. So che ha una casa sua e ora un marito. Non so spiegare bene a parole la sensazione che mi dà guardare le sue foto; è come se mi sembrasse più grande, come se già dalle foto traspirassero le sue sicurezze e i suoi punti fermi. Una casa, un lavoro, un marito. Gli amici. Il ballo. 
Bello. 
Un po' mi chiedo come sia questa sensazione di completezza e sicurezza. La sensazione di stabilità.  La certezza che domani ti sveglierai nella tua casa, a fianco troverai tuo marito, che ti sosterrà e vorrà bene per tutta la vita. Che ti alzerai a preparare il caffé, o forse lo farà lui, poi andrai a lavorare e farai il tuo lavoro, poi tornerai a casa e magari starai sul divano con lui a guardare un film, o forse uscirete, o magari andrete a ballare.  (OK, è decisamente una situazione edulcorata e totalmente priva di asperità).
Un po' mi chiedo se io potrei in effetti apprezzarla, una situazione così stabile, portata come sono agli sconvolgimenti, a vivere la vita passo per passo in equilibrio precario come un funambolo, senza avere grandi punti di riferimento, senza poter contare in modo particolare su qualcuno, senza fare un vero progetto per quando sarò all'altro capo della fune, su una superficie stabile e solida. 
Ho sogni, ho speranze, ma al momento non ho progetti. I progetti sono la via di mezzo tra il sogno e la sua realizzazione tangibile. 
Sono già un mezzo impegno, a dirla tutta. 

lunedì 8 marzo 2010

8 Marzo

L’8 Marzo è una ricorrenza importante. Non perchè una volta all'anno alcuni si ricordano di regalarci le mimose. Non perchè per una volta all'anno baldi giovanotti pagati si spogliano per un pubblico di erinni scatenate. Come se l'uomo oggetto di una sera potesse bilanciare lo sfoggio di donne oggetto di tutto il resto dell'anno.

L'8 marzo. E' importante perchè mi ricorda che quello che io ho oggi non è scontato; mi ricorda che è precario; mi ricorda che milioni di donne in altre parti del mondo non ce l'hanno; che un qualsiasi rigurgito maschilista può togliermelo. 
Mi ricorda le operaie del Triangle Shirtwaist Factory che nel 1911 sono morte arse vive perchè il proprietario aveva sbarrato le porte per impedir loro di rubare o di prendersi pause non autorizzate. 
Mi ricorda che fino agli anni '60 in Italia (e dico Italia, mica Afghanistan o Iran) per il diritto di famiglia una madre single non poteva essere tutrice del proprio figlio, ma doveva esserlo necessariamente un uomo. Se in famiglia non c'erano uomini veniva affidato a un tutore dal giudice. Come dire: un uomo, anche se estraneo, è maggiormente in grado di badare agli interessi di un bambino. La madre è solo la fattrice incidentale. Questo è solo un esempio, non sto nemmeno a citare il trattamento completamente differente in caso di adulterio, per dirne una. Adulterio se l'adultera era una donna. Concubinato se l'adultero era un uomo, che doveva implicare una seconda relazione condotta praticamente alla luce del sole.
Non condivido totalmente i metodi delle femministe degli anni '70, ma indubbiamente, se abbiamo qualche diritto in più, lo dobbiamo a loro. Non condivido la politica della contrapposizione tra i sessi a tutti i costi. Penso piuttosto che maschi e femmine debbano essere pari pur nella loro diversità. Essere diversi non deve implicare un rapporto di subordinazione.  
Per quanto mi riguarda, il mio 8 marzo sarà il giorno in cui sarò riuscita a raggiungere la piena indipendenza economica e potrò badare a me stessa e magari a qualcun altro; il mio 8 marzo sarà quando in una riunione smetteranno di chiamare il mio collega uomo "dottor X" e me "Effe". Come se fosse scontato che io sono la segretaria solo perchè sono una donna. 
Allora, quel giorno, lo cerchierò in rosso sul calendario e ogni anno mi comprerò una bottiglia di champagne e brinderò a tutte le donne che hanno lottato anche per me.

giovedì 4 marzo 2010

Ch-ch-ch-ch-Changes

Non so se si nota, ma ho fatto l'ennesimo restyling del blog. Nuovo colore primaverile e ipervitaminico.

Lo so, l'avevo cambiato da non molto tempo, ma devo ammettere di avere un problema.

Sono una patita dei cambiamenti. E per "patita" non intendo che sono solo facilmente adattabile quando sopraggiungono, non solo che li affronto con ottimismo, ma intendo proprio che mi piacciono: mi stimolano, mi pongono davanti a situazioni nuove, prospettandomi nuovi inizi che nella mia mente preludono a un futuro radioso; oppure, semplicemente, rinverdiscono la mia passione per le cose che mi piacciono ma che, dopo un po' che sono uguali a se stesse, mi sono venute a noia. Quindi, periodicamente, sento l'urgenza di operare qualche cambiamento.
Quando abbiamo cambiato casa con la mia famiglia, cercavo di convincere una sorella disperata che il cambiamento è sempre positivo, mentre lei si sentiva come se stessero per amputarle un braccio.
Il povero blog è la mia vittima preferita al momento, e lo adoro perchè posso giocare con le immagini e coi colori, cambiarlo in base all'umore del momento. Momento si fa per dire, non sono così veloce a elaborare le immagini, oggi ci ho perso un buon paio d'ore.

E' come quando hai lo stesso fidanzato da anni.
All'inizio sei esaltata dall'innamoramento e tutto è bellissimo e scintillante; dopo qualche mese apprezzi a fondo le doti intellettuali del fortunato, sei sempre più convinta che sia una persona speciale. Inizi magari a notarne qualche difetto, magari che si asciuga sempre le mani sul tuo asciugamano e tu poi lo trovi freddo e umidiccio. Ma ci passi sopra. E lì inizia la rovina. Tutte le mattine, come se fosse sempre la stessa mattina, per il resto della vostra storia, tu ti troverai a dirgli la stessa frase: "Potresti per favore NON usare il mio aciugamano??". All'inizio con dolcezza, man mano sempre più irritata. Dopo l'asciugamano inoltre inizerai a notare anche tutta una serie di altri difetti che prima erano invisibili. Poi un giorno, da sola, al ritorno da un viaggio, aspettando la coincidenza sul binario di una stazione, inizierai a sentirti in trappola, inizierai a meditare di salire su un altro treno a caso e rivoluzionare tutta la tua vita. Allora ti renderai conto che quella persona che ti ama tanto in realtà non è quella giusta, perchè la routine con lui ti annoia a morte e ti sembra di stare affondando nelle sabbie mobili. Anche se lui è una persona meravigliosa. Iniziano già ad attanagliarti i sensi di colpa. Ma sai che vivere tutta la vita in quello stesso modo ti porterà al suicidio. O all'omicidio.

Così, non potendo fare anche a lui un restyling come faresti col blog, ti comporti come farebbe qualunque uomo. Ti fai lasciare.

*Il titolo si riferisce, ovviamente, a Changes di David Bowie

martedì 2 marzo 2010

La sindrome del Filippino

Tutti hanno dei difetti. Chi più chi meno.
La sottoscritta ovviamente non fa eccezione, come tutti ne ho un bel campionario. Per esempio, sono disordinata. In secondo luogo, non butto via mai niente. Un po' perchè sono sentimentale, un po' perchè "non si sa mai che posa tornare utile, un giorno o l'altro".
Il mix di questi due aspetti, com'è facilmente intuibile, è a dir poco letale, e i risultati si applicano sia alla vita reale, sia alla mia vita telematica.
A parziale compensazione, periodicamente vengo colta da attacchi di filippinite, cioè vengo colpita dalla "Sindrome del Filippino", e allora mi metto a pulire a fondo, buttare e riordinare qualunque cosa in modo maniacale e quasi morboso. La sindrome del Filippino è quella malattia che trasforma soggetti tendenzialmente sani in soggetti ossessivo-compulsivi per qualche ora. Nei casi più gravi qualche giorno. Di solito gli attacchi si fanno più frequenti e più aggressivi con l'aumentare dell'età. In effetti quando ero piccola mi capitava sì e no una volta all'anno, e di solito dopo esser stata scongiurata e/o obbligata dalla mia tata.
Ora invece ho una media di una volta al mese o addirittura meno. Due settimane fa è stato il turno di casa mia, che iniziava ad assomigliare ad un campo nomadi. Con l'amore e la cura che si riservano al proprio nido, sono partita dai vestiti sparsi per ogni dove dalla bomba che era esplosa nell'armadio, poi il bagno, poi i pavimenti, poi due lavatrici, poi ho notato che era impossibile vedere il mondo esterno perchè i vetri sembravano satinati, e ho pulito a fondo anche quelli. Poi, tirando fuori un panino dal freezer, sono stata presa dal sacro fuoco dello sbrinamento, operazione felicemente conclusa dopo sole (?) due ore di raschiamento.
La scorsa settimana è stata la volta dell'ufficio. Tutto è iniziato per rabbia. Il mio ex-capo, ex-possessore della mia stanza, ha abbandonato dietro di sè qualsiasi cosa, incluse alcune giacche sue personali. Dopo un anno di attesa, ho capito che se volevo un ambiente più ordinato e salubre avrei dovuto rimboccarmi le maniche e arrangiarmi, così, giocando un po' a Tetris, ho ripulito tutto e fatto cartoni di roba. A quel punto però, partitomi l'attacco di filippinite, non potevo più fermarmi: con il cuore gonfio d'angoscia per la triste sorte di poveri alberi incolpevoli, ho buttato risme e risme di carta, stampe vecchie di un anno o più che conservavo dal mio vecchio lavoro. Ho spolverato, riordinato cassetti, recuperato cartelline e addirittura fatto l'archivio arretrato.
Oggi, infine, è stato il turno del mio pc. Arriva un momento in cui la cartella dei documenti del computer è una massa informe di file. Nel mio caso quel momento è arrivato svariati mesi fa, ma solo oggi ho avuto la forza di mettere in ordine, cestinare e riorganizzare in un labirinto di sottocartelle.
Perchè non so se capita solo a me, ma:
1. trovo molto meno faticoso sbrinare il freezer, piuttosto che riordinare il pc;
2. è un lavoro virtualmente infinito, soprattutto perchè il metodo usato, che oggi mi sembra assolutamente logico e razionale, ai limiti della genialità nell'archiviazione, domani mi sembrerà totalmente insensato e incomprensibile. Ma per altri 6 mesi almeno non ci metterò più mano.