mercoledì 19 settembre 2012

Addio ai monti

Ultimo giorno di lavoro, dopo 4 anni e mezzo passati nello stesso edificio, dopo 3 anni e mezzo in questa azienda. Da domani e per dieci giorni sono una donna libera, prima che inizi la mia nuova avventura.
Questi 19 giorni di settembre che mi sembravano lunghissimi sono passati velocissimamente in realtà, come sempre accade.
Stamattina mi sono arrivate alcune e-mail dei colleghi europei che mi hanno commossa fino alle lacrime, e sono due giorni che sono tesa come una corda di violino. So che il mio futuro sarà diverso, il mio lavoro (spero) mi darà maggiori soddisfazioni, ma come sempre mi succede nel momento di cambiare radicalmente la mia vita, ora sono piena di dubbi.

Cosa mi mancherà di questo lavoro che ho fatto per quasi quattro anni?
La macchina, che ormai sentivo come mia e che mi ha servito bene.
Alcuni colleghi.
Ma soprattutto, a sorpresa, la mia routine ormai consolidata.

Questo sembra incredibile anche a me, io odio la routine, è una cosa che mi uccide dentro; il cambiamento mi stimola, mi rende attiva e nervosa, e alla parte più avventurosa e nomade di me piace tantissimo; solo che c'è un'altra parte di me che è quella che si affeziona alle cose e alle situazioni che sta già facendo ostruzionismo, perché l'odiata routine allo stesso tempo è così rassicurante: i ritmi scanditi e abituali, poche sorprese, magari un po' di noia, certo, ma tutto sommato è come una coperta vecchia che sarà anche un po' infeltrita, avrà anche qualche buchino, ma alla fin fine tiene caldi e al sicuro.
E' questa parte di me che mi fa pizzicare gli occhi mentre do un'ultima carezza al volante della mia ormai ex macchina, che mi fa guardare con nostalgia le aiuole stitiche del piazzale, le colleghe che avrei preso a randellate fino a un minuto fa e persino la macchinetta del caffè.
Che mi fa dire cose assurde (tipo "mi mancherete") a persone di cui fino alla scorsa settimana non mi poteva fregare di meno.
Che mi fa sentire dubbiosa delle mie capacità e mi fa venire l'ansia al pensiero di cosa mi aspetta nel prossimo futuro.
Per fortuna quest'ultima parte è quella irrazionale e io lo so. Quando inizio a partire per la tangente e immaginarmi licenziamenti in tronco prima della fine del periodo di prova, mi sforzo di razionalizzare, e penso alla macchina nuova che ritirerò la prossima settimana, a tutte le cose belle che ho già intravisto della nuova azienda, alla gentilezza e buona educazione del mio futuro capo... E poi penso che il lavoro lo so fare, sono già capace, che dovrò solo adattarmi alla nuova situazione e che l'adattabilità è una dote che grazie a Dio non mi difetta.


Inoltre fare il training per la fatturazione al mio collega in questi ultimi tre giorni ha fatto sì che tutti i momenti di malinconia evaporassero come pozzanghere in agosto.

venerdì 14 settembre 2012

Primo impatto

No, non ho ancora iniziato il nuovo lavoro.
In realtà non ho nemmeno ancora finito quello vecchio, anche se la vita della dimissionaria è qualcosa di eccezionale. Premesso che sto ancora lavorando veramente, perché la famigerata fatturazione mi accompagnerà fino all'ultimissimo giorno di lavoro, tra il farla e l'insegnarla.
Però posso permettermi di ignorare pressoché tutte le e-mail che mi arrivano, perché ormai non mi riguardano più, e inoltre sto vivendo con uno sciallo assoluto. Quasi quasi mi dispiace che non duri di più (ma anche no).
Sono in ritardo la mattina? Chissene.
Devo uscire alle 18 e zero-zero? Lo faccio, e spengo il pc prima delle 18.
Ho voglia di una sigaretta extra? Scendo e me la fumo.
La cosa bella è che, per la prima volta in vita mia, sono io che me ne vado, quindi non mi interessa di farmi il mazzo doppio per far capire loro cosa si perdono e che errore hanno fatto a non rinnovarmi il contratto. Lo sanno già. 

Inoltre mi fa estremamente ridere il cambio di atteggiamento, ora molto gentile e sorridente, da parte dei dirigenti della mia azienda consociata, dovuta al fatto che il mio nuovo lavoro mi ha reso ai loro occhi una persona assai interessante dal punto di vista delle opportunità di business future, anche se non ho ancora capito in che modo. Una favola.

Ma a parte questo, l'altro giorno ho avuto il primo assaggio di quello che sarà la mia vita futura.
Dovevo recarmi a un centro medico abbastanza vicino alla mia futura sede per sottopormi alla visita del lavoro e ne ho approfittato per fare la prova generale.
Risultato: sveglia alle 6.30, esco di casa alle 8 meno cinque, 10 minuti di bus, 40 minuti di metropolitana, 15 minuti a piedi (che per fortuna diventeranno solo 5 per andare alla sede).
Alle undici ero di ritorno a casa, dopo 15 minuti a piedi, 40 minuti di metropolitana e 10 minuti di bus, sentendomi vagamente come un impiegato giapponese.
Pur essendo solo a metà giornata ero stanca come se fossi stata sveglia per 48 ore filate.

Spero di affinare la tecnica in stile Fantozzi o la mia vita sociale verrà azzerata e fagocitata da questi interminabili tragitti in metropolitana, oltre al fatto che non so come farò a fare la spesa...

[Tanto per allietarmi la giornata, il mio ex capo che ha passato gli ultimi 3 anni a fare fatica a salutarmi, oggi mi ha apostrofata con un sorrisone:
"Ehi, ciao Effe, tu come va?"
"?? mmmbene, graz..."
"eh, ormai sarai quasi alla fine, eh?"
"... ehm, sì, in effetti la prossima settimana finisco, non so se ci vediamo ancora"
"eh no, cavoli, ma allora oggi ci salutiamo bene"
 "aheh Ooookeeey!" (mio sorriso imbarazzato, occhio pallato per lo stupore e un mega punto interrogativo sulla testa).
Sono allibita e senza parole, e giuro che se non ci fosse da ridere a crepapelle ci sarebbe da menarlo]




venerdì 7 settembre 2012

Qualcuno deve pur dirlo

Questo è un appello accorato, perché veramente non se ne può più di vedere certi obbrobri girando per strada. Tra l'altro l'estate è un vero florilegio di cheap-and-trash, abbinamenti improbabili, totale mancanza di autocritica e in alcuni casi non solo del senso del gusto, ma anche di quello della vista.

Dovete sapere che:
- le unghie lunghe sono volgari, su tutti, nessuno escluso.
- la cosiddetta nail art è più che volgare, è inguardabile, su tutti nessuno escluso.
- quando sotto lo short spunta evidentemente la tasca, vuol dire che lo short è veramente troppo troppo corto. E solo una persona su un milione può permettersi di indossare roba così corta, oltre al fatto che personalmente mi danno l'idea di una poveretta che sta sfruttando i vecchi jeans fino all'ultima fibra, e mi prende l'istinto di accompagnarla al primo centro Caritas dove magari ne possa trovare un paio che non cadano a pezzi.
- i leggings non sono per tutti, anzi, in un mondo ideale non sono per nessuno e non dovrebbero esistere, ma visto che esistono, sappiate che non nascondono i buchi della cellulite, quindi se non siete Kate Moss è meglio che li evitiate in toto.
- sui tacchi bisogna saperci camminare, se non siete capaci evitate di inerpicarvi sul tacco 12, magari partite da una altitudine inferiore, ché gli ortopedici che poi devono aggiustarvi le caviglie sono a carico di tutta la comunità.

Insomma, la moda va adattata al proprio fisico oltre che all'occasione e al luogo, non è che chiunque possa indossare qualunque cosa.
E tu, ragazza chiattona che vuoi vestirti come la tua filiforme amichetta del cuore, dài un'occhiata alla vetrina mentre vi rispecchia una accanto all'altra: se tu sembri la sua custodia, molto probabilmente vuol dire che non stai bene vestita così.


E sappiatelo, non è vero che "basta che ti vedi bella tu". Bisogna aver rispetto anche per la vista altrui.


martedì 4 settembre 2012

Il primo giorno dell'anno / 2

Ci siamo, è di nuovo settembre.
Questo comporta che ho già ricominciato il count-down al prossimo agosto (mancano 330 giorni, se ho contato bene), che inizio a desiderare abiti calducci, che ho già iniziato a lamentarmi del freddo e che dormirei tutto il giorno appallottolata sotto una copertina.
Che poi, in realtà, credo di avere un po' di stanchezza arretrata addosso, visto che per la prima volta in vita mia sono riuscita a dormire in spiaggia, e mica una volta, ma ben due, e mica per 10 minuti: dalle 3 alle 5 del pomeriggio, incurante di tutto e di tutti, con la bocca aperta e rischiando di svegliarmi col telo mare impiastrato di bavetta (cosa che, per fortuna, non è successa).
Ho passato delle belle vacanze, senza fare nulla di particolarmente spettacolare, ma mi sono rilassata e sono stata un po' con mia sorella che riesco a vedere sempre più di rado. Due settimane sono volate, e la domenica del rientro non potevo crederci e la sola idea di fare le valigie e tornare a Milano mi istigava al suicidio. Ma poi ho pensato che per una volta il rientro non mi avrebbe riservato il solito cumulo di insoddisfazione, questo nuovo anno mi riserverà molte sfide.

A differenza degli scorsi anni, non sento la solita ansia da novità e rinnovamento. Perché quest'anno non ne ho bisogno: tra meno di un mese finalmente cambio lavoro, e da quando ho chiuso l'accordo mi sento come se fosse ogni giorno Natale, come se avessi vinto la lotteria. In compenso ho l'ansia da rinnovamento è stata prontamente sostituita da quella per la novità, per un cambio radicale di vita che mi mette un po' di agitazione e di paura. 
Cerco di impedirmi di pensarci 24 ore al giorno, mentre cerco di convincermi che andrà tutto liscio come l'olio e che al limite ci penserò quando sarà il momento, ma appena mi distraggo il mio cervellino mi sottopone scenari immaginari sulla mia vita futura, e mi ritrovo a fare progetti, a visualizzare possibili successi e possibili insuccessi, a fantasticare sulla mia nuova vita quotidiana.
Chissà come si svolgerà il mio nuovo tran tran, che gente incontrerò, se il mio lavoro mi porterà a viaggiare, se mi lasceranno essere creativa, se saranno davvero tutti carini come mi sono sembrati di primo acchito, o se sono lupi travestiti da pecore.
Tutti questi pensieri mi turbano molto, anche se non posso certo dire che mi tolgano il sonno, visto che crollo alle 11 la sera e dormirei ad libitum il giorno dopo.
La cosa che però mi turba di più è il dover trovare il modo più rapido e semplice per arrivare al nuovo posto di lavoro. Dopo che tutti mi hanno caldamente sconsigliato di muovermi in auto, dove per "caldamente" intendo espressioni tipo "ma sei matta??" dette con gli occhi fuori dalle orbite, mi sto orientando sui mezzi pubblici.
Questi sconosciuti.
Sono certa che siano comodi, che quello che perderò in ore di sonno lo guadagnerò con un minore stress. Ma io nutro una certa diffidenza per i mezzi pubblici, a meno che non mi trovi a Londra. E no, purtroppo non vado a lavorare a Londra, quindi... Incrociamo le dita, speriamo di non perderci, di non farci derubare, di non saltare la fermata, e di non incasinarci in nessun modo.

Una cosa è sicura, avrò sempre meno tempo per dormire.

mercoledì 18 luglio 2012

Home sweet home

L'ho già detto, abito in una casa piccola.
Tutta la mia casetta entrerebbe comodamente nel salotto di casa di mia mamma, forse ci starebbero pure il pianerottolo e una rampa di scale.
Però la casa piccola ha i suoi lati positivi: per esempio, nonostante le mie universalmente riconosciute capacità di stivaggio di roba inutile, lo spazio in 25 mq si esaurisce inesorabilmente e costringe a buttare via roba molto più spesso.
Inoltre, qualora decidessi di fare le pulizie, le farei in tempi relativamente rapidi, pur facendole a fondo.

Insomma, non mi dispiace vivere in una casa piccola, in questa casa in particolare, tanto più ora che mi hanno aperto una pizzeria da asporto nel cortile. Praticamente urlo l'ordine dalla finestra e loro me lo portano e mi fanno pure lo sconto del buon vicinato.

Il vero problema è un altro.
Anzi, sono gli altri. Gli altri vicini.

Dopo anni ho stilato una personale classifica dei disturbatori della mia quiete.

Al terzo posto ci sono un po' tutti, dall'impresa di pulizie che inizia a spazzare rumorsamente alle 6.45 del mattino e sembra di averli in casa, al mio vicino di pianerottolo che ogni volta che mi incontra mi fa il terzo grado (cosa ti frega di quando e dove vado in vacanza? Se stai pianificando di rubarmi dentro casa caschi malissimo, perché la roba di valore me la porto via tutta), al garzone del bar che svuota un quintale di bottiglie per volta nel bidone del vetro, con un rumore tipo bomba.


Al secondo posto, ma in rapida ascesa, i dirimpettai sudamericani. Non so di dove esattamente, parlano spagnolo e sono scuri di carnagione, quindi do per scontato che siano sudamericani. Anche perché nessuno spagnolo di Spagna si trasferirebbe in Italia in questo momento.
E' andata così: all'inizio una famiglia ha preso la casa di ringhiera al secondo piano dall'altro lato del cortile (che è un po' stretto, quindi è una perfetta cassa di risonanza). Madre, padre che non so che faccia abbia e un paio di bambini. Almeno credo, non li ho mai contati e soprattutto non facevano troppo casino - bei tempi. Qualche tempo fa, un annetto ormai, si sono aggiunti dei parenti. Sorelle? Cugine? Amiche fraterne? Non so, ma si sono insediati una/due donne con il marito di una delle due e un altro paio di bambini. Il livello-urla è decuplicato. Io torno a casa e devo leggere il labiale della TV per capire che si dicono. I bambini urlano tra loro, palleggiano, suonano il campanello delle bici, e urlano, urlano, urlano.
Le madri si parlano - urlando - da un piano all'altro, e nei tempi morti della conversazione chiamano Gabriel. Gabriel è uno dei bambini, ed è evidentemente uno sciamannato. Ah e dice un sacco di bugie, solo che essendo un maschietto si fa sgamare immediatamente.
Poco dopo che la seconda famiglia si era trasferita, la moglie ha sfornato un bel pupetto con le gambe cicciotte e le fossette sulle ginocchia; al che mi sono resa conto che continuano ad arrivare bambini non si sa da dove. Ieri sera si è materializzato un secondo pupetto in svezzamento, ma da dove cavolo è uscito?? Non c'erano donne incinte nei paraggi! Ho contato 7 bambini in totale, ma chissà quali sorprese al cardiopalma ci riserva il futuro.

Infine, al primo posto, abbiamo lei, cintura nera di spaccamento di palle, medaglia d'oro di bestemmia urlata.

L'imbattuta regina del disturbo della quiete pubblica è la novantenne rissosa e mezza matta che abita ESATTAMENTE sopra di me. Avevo contato molto sul fatto che i suoi vicini sbroccassero e la buttassero giù dalle scale liberando non solo il palazzo, ma l'intero quartiere dalla ingombrante presenza della "signora pazza col cane", come la chiama chi non ne conosce il nome. Purtroppo per la comunità, benché fortunatamente per loro e per il loro futuro, i poveretti hanno mantenuto il sangue freddo. Cambieranno casa, e ci lasceranno la vecchia come souvenir.
Tra le ultime trovate per farmi impazzire, dopo aver litigato con il resto del mondo per le scale all'una di notte, oltre al cane che abbaia come se ne andasse della sua stessa vita, la vecchia innaffia i fiori sui suoi 3 davanzali (quindi dimensione vasetto di primule) come se fossero alberi secolari della foresta pluviale. Forse sta allevando delle mangrovie-bonsai, altrimenti non mi spiego il motivo delle secchiate d'acqua che tira giù. Dentro casa mia.
Perché la stregaccia innaffia sempre mentre io sono in casa e ho le tapparelle alzate. Giuro su quanto ho di più caro che dal davanzale del bagno, l'acqua supera di un balzo la vasca e mi piove direttamente sul pavimento. Ah, e provare a lamentarsi è senza esito, perché tanto ha ragione lei.
Secondo me non morirà mai perché persino San Pietro ha paura di trovarsela in condominio.

Ecco il sottofondo della mia serata tipo:
(Vecchia Pazza) ff - PORCA TROIA IO VI AMMAZZO SA'? TUTTE PUTTANE IN QUESTO PALAZZO, ZOZZE LURIDE, PORCO QUI E PORCO LA'
(Cane della vecchia, in controcanto) f - Woof wooof wowowoof WOOF WOOF WOOF (ad lib.)
(Coro di Bambini) yeeaaa a aaaaaaa se ti ritiri perdiiiii / TONF TONF / DRIIIN DRIIIN / aaaaaaaaaa yeeeeee mammmaaaaaaaa Gabriel ha rotto il giocooooooooo
(Sudamericana n.1) - Anaaaa tengo que decirte bla bla bla bla / GABRIEEEEL! Vieni su, subito! ARRIBA! / bla bla bla bla (ad lib.)
(Sudamericana n. 2) - Ah, no me digas!! / LIAAAAAAA vienes de arribaaaa es hora de la cenaaaaa / GABRIEEEEEEL!!!

Quando leggerete nella cronaca di Milano che una ragazza definita "tranquilla" dai vicini ha versato un pentolone d'olio bollente in cortile ustionando un tot di bambini, dopo di che ha spinto dalla finestra la vicina di sopra, sappiate che è possibile che sia io. Richiederò le attenuanti e l'infermità mentale e spero che qualcuno di voi verrà a portarmi le arance in prigione.

lunedì 16 luglio 2012

Qualcosa da dire

Ebbene sì, non sono morta.
Ho rischiato varie volte di sciogliermi in una pozza d'acqua negli ultimi giorni, ma sono ancora allo stato solido (ho detto solido, non tonico, sia chiaro).

Non so cosa sia successo, se ultimamente mi manchino le storie di vita vissuta (no, non mi mancano, ma non posso e non voglio scriverne), o se sono troppo stanca e annoiata e preoccupata per cogliere l'umorismo del mondo e trasferirlo in un post, o se semplicemente, come capita, i miei amici immaginari sono andati in vacanza. Sta di fatto che ammetto di aver latitato, e senza alcun senso di colpa, per giunta.

Sono una persona orribile, lo so.

Oggi però ho qualcosa da dire.

La prima è che hanno aperto o stanno per aprire un sacco di negozi nuovi nel centro della mia città, tutti di catene che mi piacciono. E che se non me ne accorgo da sola nessuno mi dice niente, è veramente una vergogna.


La seconda, che si ricollega alla precedente in modo un po' ermetico e chiaro solo a me stessa, è che Zara ha alzato i prezzi e la cosa non mi sta bene visto soprattutto che la qualità non è aumentata proporzionalmente. Cioè, se devo spendere 50 euro per una camicia di cotone, allora tanto vale che la prenda da un vero camiciaio, ché mi costa uguale e per giunta potrebbe anche non essere made in Bangladesh. Quindi ho deciso di boicottare Zara e di dirigere i miei sforzi economici verso altre catene low-cost. Catena avvisata, mezza salvata, anche perché non credo proprio di essere l'unica ad essersene accorta.

La terza è che sabato sera, davanti alla vetrina della Feltrinelli coi miei amici a chiacchierare di libri, ho capito che scrivere un libro è praticamente alla portata di tutti. Mentre un libro di Tiziano Ferro troneggiava fieramente su un tavolo accanto alla porta di ingresso, una intera vetrina era dedicata alla trilogia delle "Cinquanta sfumature di ..." (aggiungere colore a scelta).
Piccolo inciso su questo "caso letterario": allora, dall'anteprima e da molti commenti (alcuni anche positivi, per dovere di cronaca) che ho letto mi pare di capire che sia una specie di Harmony versione hard core molto più spesso e per di più a puntate. Ho solo una cosa da dire su questo argomento: se proprio vogliamo sdoganare il porno sado-maso, facciamolo senza falsi paraventi intellettualistici. E aggiungo anche che dal poco che ne ho letto, posso dire che alcuni Harmony sono scritti decisamente meglio.

Rileggendo, concludo con un appello ai miei amici immaginari: vi prego, tornate presto dalle vacanze perché la vostra latitanza sta uccidendo questo blog.


martedì 19 giugno 2012

Filosofia e tempi di crisi

La scorsa settimana è iniziata così:
Lunedì: 
- ho preso grandinata in tangenziale
- ho distrattamente lasciato le chiavi del garage dentro la macchina e me ne sono - ovviamente - resa conto un secondo dopo aver chiuso la porta, il che mi ha rovinato tutta la serata, con l'ansia che avevo di non riuscire ad uscire mai più dal garage.

E poi è finita così: 
Venerdì:
Procedura di mobilità (che detto così non si capisce bene, ma che in soldoni vuol dire licenziamento) per 5 persone che lavorano nella consociata della mia azienda da - tipo - 15 anni; inclusi i miei magazzinieri carissimi.

Non intendo dire che le due cose siano collegate, né men che meno paragonabili, ma certamente se il buongiorno si vede dal mattino... 

Comunque, ascoltare il consulente che segue le questioni del personale spiegare la situazione attuale e futura nel modo più astratto, confuso e nebuloso possibile alle persone che condividono il posto di lavoro con me mi ha suscitato una serie di pensieri.

Il primo pensiero è che un ufficio in cui passi la gran parte della tua esistenza diventa volente o nolente una specie di famiglia. Come in famiglia, non scegli tu le persone con cui ti dovrai rapportare, perciò inevitabilmente ci sono da un lato persone che detesti con tutto il cuore, e dall'altro persone che oltre a familiari diventano anche amici. In mezzo ci sono quelle che non ti stanno particolarmente simpatiche, o con le quali non hai un grande rapporto, ma che sono come dei cugini alla lontana, e che diventano un po' parte del tuo mondo; per questo motivo (oltre che per la naturale solidarietà che si prova pensando che resterà senza lavoro), sapere che se ne andranno ti fa pizzicare gli occhi. Ti fa sperare che sia solo un brutto sogno o che succeda qualcosa che faccia cambiare la situazione, nel profondo del tuo cuore non smetti di sperarci, anche se la testa ti dice che è impossibile.

Il secondo pensiero è stato che Confucio aveva ragione.
Piccola lezione di filosofia orientale, molto poco dettagliata e approfondita. Se siete assetati di conoscenza, vi rimando qui, onde possiate dissetarvi.
Chiedo innanzitutto perdono ai miei professori, ai confuciani e a Confucio stesso, ma vado un po' a memoria e soprattutto riferisco la mia personale interpretazione applicata ai giorni nostri.

Premetto che Confucio visse in un periodo di guerre tra i vari stati in cui si era frantumata la Cina pre-Qin (la prima dinastia, fondata da Huang Di, quello dell'Esercito di Terracotta, della Mummia 3 e di una serie infinita di film storici cinesi tra cui Hero). 
Quindi, per sintetizzare, un periodo di crisi profonda, e di confusione morale, politica e sociale. 
Vi ricorda nulla?

Come contrastare questa confusione imperante? Il bello delle filosofie cinesi è che sono estremamente pragmatiche: è necessario ristabilire la corrispondenza delle parole con le cose. 
Cioè, nella spiegazione di Confucio stesso, procedere alla "Rettificazione dei nomi"

"Se i nomi non vengono rettificati, le parole non sono in accordo con la realtà delle cose; se le parole non sono in accordo con la realtà delle cose, gli affari non possono essere portati a compimento; se gli affari non sono portati a compimento, i riti e la musica non vengono coltivati; se i riti e la musica non vengono coltivati, le punizioni non vengono assegnate nel modo giusto; se le punizioni non vengono assegnate nel modo giusto, il popolo non sa come muovere le mani ed i piedi. Perciò il saggio nomina solo ciò di cui può parlare, parla solo di ciò che sa fare: nelle parole del saggio non ci può essere nulla di inesatto" ("Dialoghi", XIII, 3)

Vi ricorda ancora qualcosa? A me sì. 
Perché ogni volta che sento un politico dire che i rimborsi elettorali sono qualcosa di diverso dal finanziamento pubblico ai partiti e altre simili prese per i fondelli; ogni volta che un consulente dice "verrete inseriti nelle liste di mobilità" omettendo volontariamente il fatto che ciò comporta l'interruzione del rapporto di lavoro - cioè il licenziamento, né più né meno; ogni volta che leggo "emergenza rifiuti" "emergenza caldo" "emergenza neve" sui quotidiani; ecco, ogni santa volta penso, oltre a una serie molto lunga di insulti e parolacce, che se fosse obbligatorio per legge chiamare le cose con il loro nome, non ci sarebbe più spazio per fare i furbi, trovare cavilli, aggirare le leggi e fare del sensazionalismo gratuito. Il che peraltro comporta anche che mio padre, fiero sostenitore della massima "l'italiano è una lingua precisa", non solo mi abbia educata bene da quel punto di vista, sia anche fondamentalmente un confuciano. 
E chi lo conosce sa che questa è una battuta veramente divertente.




mercoledì 6 giugno 2012

Crisi di identità

Sono giorni che cerco il tempo e l'ispirazione per aggiornare il blog.
Recentemente mi sono successe un po' di cose - sulle quali non ho voglia di dilungarmi - che mi hanno costretta a riflettere attentamente su me stessa, su chi sono, su cosa voglio per me e cosa si aspettano le persone che mi sono vicine, e soprattutto su come la mia percezione di me stessa possa influenzare il giudizio altrui e viceversa.
Lo so che il problema dell'identità dell'individuo è un argomento poco originale, senza contare il fatto che dopo Pirandello chiunque altro dovrebbe stare zitto e sentirsi stupido, invece di parlarne o scriverne.
Ma ce l'ho qui, sempre in testa, sto mettendo in discussione ogni mia azione che fino a due settimane fa mi sarebbe sembrata perfettamente naturale.

Ho sempre pensato a me stessa come una persona coraggiosa al limite dell'incoscienza, che tende a buttarsi nelle situazioni, nelle novità, nei cambiamenti. Forse sono cambiata nel tempo, o forse mi sono sempre vista così perché gli altri mi vedevano così.
Sta di fatto che mentre una parte di me vorrebbe buttarsi senza rete e senza riflettere, con gli occhi che brillano di impazienza, vorrebbe vivere una vita avventurosa e piena di colpi di scena, l'altra parte invece rimane ancorata con le unghie e con i denti allo status quo, arrovellandosi su quale sia la scelta più sensata, soppesando pro e contro, cercando di prevedere l'evoluzione dell'esistenza stessa a partire da una scelta apparentemente di poco conto.
Una specie di Sliding doors de' noartri, e sfortunatamente in nessuna delle mie futuribili fantasie arrivavano il successo, l'amore e la bella vita. Le varie versioni oscillavano da "vita sprecata facendo l'impiegata, un giorno dopo l'altro senza nessuna ispirazione, senza carriera e senza aumenti consistenti di stipendio", a "vita di insuccessi che termina con me mantenuta da genitori/sorella medico di fama, nel migliore dei casi, con me che vivo in un carrello dell'Esselunga sul marciapiede, nel peggiore". Tutte le mie versioni si ritrovavano improvvisamente sessantenni, con capello grigio arruffato e una media di 1-3 gatti in casa (o nel carrello).
Quindi altro colpo di scena: ma io non ero "quella ottimista"?

E mentre le due parti di me si insultano a vicenda, creandomi una confusione incredibile nella testa, mi rendo conto che la cosa peggiore è che, sapendo (o immaginando) che gli altri mi vedono come una specie di Indiana Jones in gonnella, audace come una novella Giovanna d'Arco, mi vergogno di essere più riflessiva di quanto loro si aspettino, come se deludessi delle aspettative. Ma le loro o le mie? E soprattutto, nel momento di fare delle scelte pratiche di vita, è meglio buttarsi senza rete o è meglio cercare di capire come stanno le cose e temporeggiare?

E soprattutto, come sono io? Non lo so più. Per questa ragione, inizierò a comportarmi in modo inaspettato, a fare il contrario di ciò che avrei fatto normalmente fino a due settimane fa e vediamo come va. Vi terrò aggiornati.

lunedì 21 maggio 2012

Le parole inutili

Quando un intero fine settimana è funestato da disgrazie così gravi, comprendo la posizione di certi eremiti medievali. Forse vivere isolati dal mondo, preoccupandosi solo della propria piccola vita non è un'idea così malvagia, dopo tutto.
La scorsa settimana mi ero ripromessa che avrei scritto qualcosa di leggero e divertente, per alleviare - in primis a me stessa - quello che tutti i siti meteo prevedevano come un lunedì dal clima novembrino.
Il problema, quando hai un blog e ti piace scriverci, è che poi succedono delle cose molto più grosse di te, molto più importanti, e non puoi scrivere di cazzate come se niente fosse, perché non ci riesci. Almeno, io non posso. Nello stesso tempo non vuoi unirti al coro dei coccodrilli, a quello degli sciacalli e a quello degli indignati. Non vuoi che chi ti legge pensi che tu sia l'ennesima persona che per qualche click in più scrive un post strappalacrime su vite spezzate all'improvviso, sull'ineluttabilità del caso, su "di chi è la colpa".
Quindi, questo post che sembra di per sé contraddire quanto afferma, è per dire che per qualche giorno vado in silenzio radio: non scriverò di cavolate leggere che riguardano la mia vita, perché lo sentirei come irrispettoso verso persone che stanno passando un brutto momento; ma non scriverò nemmeno di cose serie. E non perché le cose serie non mi interessino, ma perché ci sono già abbastanza giornalisti iscritti all'albo che si divertono a scrivere articoli strappalacrime, a rubare l'intimità di una persona che soffre con la scusa di fare informazione.
A questi, peraltro, vorrei comunicare una cosa.
Dovessi mai assurgere agli onori delle cronache, provate solo ad avvicinarvi.

mercoledì 16 maggio 2012

Coscienza e la tecnologia

Mia sorella ed io siamo diverse in molte cose. Anzi, in quasi tutto per la verità: lei è piccola e coi capelli lisci e dorati, io alta, riccia e castana;  abbiamo sempre avuto gusti e interessi diversi, anche se crescendo le differenze si sono sfumate e compenetrate naturalmente, a causa del reciproco benefico (?) influsso. Tutto sommato sono contenta di avere una sorella, mi annoio senza di lei.

Come ho detto nel mio ultimo post, io amo la tecnologia. Mia sorella, ovviamente, no. L'ha sempre considerata un'emanazione del demonio, almeno finché non le abbiamo regalato il computer (una delle poche occasioni in cui è rimasta a bocca aperta e senza parole). Ora lo usa, le piace abbastanza ed è anche bravina, ma rimane più che altro un male necessario per poter svolgere il proprio lavoro e per non essere un paria nella società moderna.
Dal pc allo smartphone il passo è stato breve, ed è diventata una appassionata scaricatrice di giochi.
Ormai ero certa di averla convertita alla nerditudine, invece ieri sera sono stata disillusa in maniera brutale.

(Scena: Effe, mollemente adagiata sul divano, parla al telefono con Coscienza, impegnata in una sessione di stiro delle sue duemila camicie).

F: "Ah, ma tu ce l'hai Instagram?"
C: "Sì. Perché?"
F: "Eh, sai, la fotocamera mi è impazzita, faceva tutta una serie di bande fuchsia lampeggianti e allora ho telefonato all'assistenza di htc; quindi l'operatrice mi ha chiesto se avevo scaricato dei programmi... cioè, ma secondo te? Ho lo smartphone ma voglio tenerlo preciso a come me l'hanno mandato dalla fabbrica? Se non scarico applicazioni che me ne faccio?"
C: "Ahahaha, sì in effetti che domanda del cavolo. Ma che figata, ho finito l'acqua nel ferro e sono troppo pigra per rimettercela, ma sai che stira meglio a secco?"
F: "Eh sì, soprattutto se le camicie sono lievemente umide, viene molto meglio lo stiraggio a secco. Comunque, alla fine credo di aver risolto il problema, anche se non sono riuscita a fare le verifiche che mi ha detto lei... Speriamo che duri, se no mi tocca disinstallare Instagram che mi piace tantissimo. Comunque quindi a te non va in conflitto? Ma poi soprattutto perché tu hai Instagram e non mi segui?"
C: "Mmmm... Eeeehmmmm... Seguirti? In che senso??"
F: "Ma come sarebbe in che senso? No, partiamo dall'inizio: l'hai mai aperto?"
C: "Ma no, è che è stato il dottor R. che me l'ha installato, perché lui non vuole lo smartphone però poi si diverte a mettermi i programmi trendy sul mio"
F: "Ah. Beh, devi sapere che è praticamente un social network, tu hai una lista di amici... Dai, impara ad usarlo! E soprattutto seguimi! C'è anche la tua amica E.!"
C: "Quand'è che ci vediamo?"
F: "Boh, tra 2 week-end"
C: "Ecco, allora tra 2 week-end imparerò ad usarlo, perché mi insegnerai tu. Ah... Ma che stupida. ahahah. Sai, non avevo mica finito l'acqua nel ferro..."
F: "Avevi disabilitato tu il vapore, scommetto... Senti, ho capito che la tecnologia ti inibisce, e passi per lo smartphone, ma qui stiamo parlando di un ferro da stiro da 20 euro mica di un razzo della NASA!"

Niente da fare, la nerditudine è ancora lontana per mia sorella.

martedì 8 maggio 2012

Sento una forza dentro che neanch'io so come*


A me la tecnologia piace.
Già la foto qui sopra dovrebbe farvi capire che sono un po' nerd dentro di me.
Mi piacciono i computer, gli smartphone, la playstation, il nintendo ds, le fotocamere digitali, i satelliti, in generale la corrente elettrica e buona parte di ciò che essa alimenta; attenzione, non sono un'esperta, sono un'utente media, ma in ogni caso sono strumenti che mi piacciono, mi affascinano, e che se fossi meno pigra forse potrei anche imparare a usare meglio. La ragione è che credo la tecnologia abbia come scopo principale quello di  facilitare la mia vita, anche solo aiutandomi a ricordare il nome di quell'attore che "ce l'ho sulla punta della lingua ma morire se mi viene in mente".

Ciò premesso, periodicamente mi capita di avere una serie di problemi con qualunque apparato che funzioni a elettricità: quanlunque oggetto elettronico io tocchi mi va in tilt e io passo uno o due giorni a impazzire.

Domenica sera è iniziato tutto.
Stavo andando a lavarmi prima di andare a dormire, ho premuto l'interruttore della luce del bagno e paff. Lampo e poi oscurità.  Per fortuna le luci dello specchio non mi hanno abbandonata nel momento del bisogno, e grazie a loro, all'alba delle 23.30, ho preso la scala recitando tra i denti un mantra di parolacce, mi sono inerpicata alla folle altezza di circa 150 cm (altezza per me già vertiginosa), e facendomi coraggio e allungandomi il più possibile ho smontato la plafoniera di vetro più pesante e complicata della storia delle plafoniere. Mi ha stupito l'esserci riuscita, visto che l'ultima volta ho dovuto aspettare di ricevere la visita di un uomo servizievole per riuscire a rivedere la luce. Dopo un anno. Potenza dell'incazzatura che mi ha dato l'abilità, forse.
Comunque, lampadina morta, e manco a dirlo nessun tipo di scorta in casa.

Quando il lunedì di merda inizia la domenica notte, è facilmente intuibile che ci si debba aspettare qualche altro scherzetto. Ma io sono ottimista, e a parte dover organizzare una gita fuori programma all'Esselunga per comprare la nuova lampadina, ero tranquilla.
Non avrei dovuto.

Alle ore 13.30 ho scoperto che la macchinetta del caffé non funzionava. Altre parolacce a mezza voce, e il dubbio di riuscire a superare il pomeriggio senza addormentarmi.
Alle ore 13.45 una collega è riuscita a farla ripartire, e tutta contenta sono andata a prendermi l'agognato caffè; in quel preciso momento, sul mio pc acceso, si è aperta una pagina del browser senza pulsanti di chiusura che mi informava che dal mio IP (debitamente riportato, peccato che non fosse affatto il mio IP e fosse localizzato a Genova) era stato registrato un traffico di materiale pedopornografico (???) e che ciò aveva spinto la Polizia Postale e il Ministero degli Interni a bloccarmi il computer. Come fare per sbloccarlo? Andare in una qualunque ricevitoria lotto e pagare 100 euro con un qualche sistema che non ricordo, trascrivere il numero di ricevuta nell'apposito spazio e dare l'invio. Certo.
Perché se la Polizia Postale scopre un traffico di materiale pedopornografico sul mio pc invece di arrivare a sirene spiegate e sequestrarmi tutto e buttarmi in galera, mi fa una multa di 100 euro e mi saluta con una pacca sulla spalla? Ma secondo te io sono così idiota da crederci?
Sta di fatto che questo maledetto troiano non mi permetteva nemmeno di aprire il task manager, quindi ho rinunciato al fai da te e ho chiamato con tono piagnucoloso e supplichevole il prode IT aziendale. Lui è riuscito a risolvere la situazione. Ovviamente poi tra scansioni antivirus e antimalware approfondite e della durata approssimativa di 2 ore ciascuna, non ho più combinato una beata cippa, ma almeno si è sistemato tutto.

Mentre gli antivirus lavoravano al benessere del pc, la mia unica connessione col mondo e soprattutto con la mia collega spagnola che avrebbe dovuto fare anche parte del mio lavoro era rappresentato da Whatsapp. Ecco, io non so se ho lanciato una scarica elettrica dalla punta delle dita come l'imperatore Palpatine, ma mentre le scrivevo mi si è improvvisamente sminchiata la schermata. Ho provato a controllare le impostazioni, ho provato ad aprire tutti i menù disponibili, ma niente. Ho incrociato le dita e ho riavviato anche il telefono, e per fortuna ha funzionato.

Pensate che sia finita?
Dopo la gita fuori programma all'Esselunga, dopo la consueta dose di traffico e ingorghi e rincoglioniti che rallentano quando il semaforo è verde e riescono a farti prendere il rosso, dopo tutto ciò sono finalmente approdata alla mia amata casetta.
Per prima cosa ho cambiato la lampadina. Non ho rimontato la plafoniera in vetro e penso che non lo farò mai (la imboscherò insieme a quella della cucina e tanti saluti).
Poi finalmente mi sono spiaggiata sul divano e acceso la tv.
Il costosissimo decoder Tivùsat ha dato qualche cenno di vita, poi più nulla. Rai 1: schermo nero. "Questo canale non viene più trasmesso". Rai 2: idem. Per farla breve: tutti così, anche Al Jazeera e CCTV4. Schermo nero e scritta bianca. Ora so cosa proverò il giorno dell'Apocalisse: "questo pianeta non viene più trasmesso".
Colta da raptus, pronta a chiamare il numero verde Tivùsat e coprirli di insulti e denunciarli al Codacons per truffa, ho resistito alla tentazione di frullare tutto giù dalla finestra, e mi sono limitata a staccare cavi prese e alimentazione e mi sono messa a cucinare.
Non so in che modo ciò abbia influito, ma ha funzionato. Quando mentre mangiavo il mio pollo grigliato e pomodori in insalata ho riacceso, è andato, i canali c'erano tutti e si vedevano.

Ora speriamo solo che il potere delle mie mani se ne stia buono per un altro annetto.


*Questa è una citazione trash degli anni '90 dalla mitica Famoso Jole, già citata anche dagli Elii. Purtroppo il video su youtube è introvabile. Infanzia perduta.

lunedì 7 maggio 2012

La campagna Papoleonica

Papà che si dirige verso il Friuli.
Se cercate bene, trovate anche la mamma e il cane.
Mia mamma ha una cugina a Udine.
Mio padre ha una cara amica di infanzia a Udine.
Camilla se ne sarebbe rimasta volentieri nella casa che ha ormai imparato a considerare sua, invece i bipedi hanno deciso di farsi una settimana a Udine e di portarsi dietro la povera, incolpevole quadrupede pelosa.

Sabato mattina, dovendo tornare a casa per salutarli e per festeggiare una media di 280 compleanni dei miei amici, ho sognato che ero arrivata troppo tardi, che loro erano già partiti e il mio cruccio maggiore era ovviamente "oooh noooo non ho salutato il caneeee". Mi sono svegliata depressa. Questo tanto per smentire chi sostiene che la genetica non conta niente, che è l'educazione che forma la persona: cavolate, il sangue ti segna, e so che mio nonno in questo momento se mi vede è molto fiero di me.

Il piano di mio padre era partire domenica "non più tardi delle 11, perché fino a Udine è lunga e poi c'è il rientro dal fine settimana".

Mi sono svegliata alle 11.30 e stavano ancora lì e in casa regnava il più totale casino e l'agitazione più caotica. Credo che in un esercito Ottocentesco in partenza per una campagna militare regnasse una confusione simile, e ringrazio Dio che i miei non dovessero portarsi anche gamelle, tende da campo e armi, se no saremmo stati veramente in una brutta, bruttissima situazione.

Papà è già sempre agitato di suo, ma quando deve prepararsi per un viaggio e va di fretta diventa se stesso alla terza potenza: letale. Mia mamma si agita per la partenza, in più si agita perché vede mio padre agitato, in più si agita perché vede Camilla agitata, e più si agita e più la sua stessa agitatazione la fa agitare.
La povera Camilla non capisce che cavolo sta succedendo e teme una rivoluzione. E' talmente perplessa che mi schifa pure l'angolino di cornetto che le allungo sempre la domenica mattina.

Alla fine dei preparativi, in ingresso giacciono i seguenti articoli (e ribadisco, stanno via una settimana, non 6 mesi): valigia di mamma (che è la stessa che io porterei per un mese all'estero); trolley gigante di papà, atto a contenere un cadavere o roba che una persona normale si porta dietro per un viaggio intercontinentale; borsa di Camilla con tutte le sue cose; sacchetti e borse varie di mamma; sacchetti e borse varie di papà (3 - 4 ciascuno); cuccetta del cane.

La cosa divertente è stato aiutare mio padre a caricare la Pluriel di mia madre con tutto questo po' po' di roba, ripetendogli come un mantra le cose che normalmente tende a dimenticarsi: "Papà: portafoglio, patente, occhiali, pipa, tabacco, poggiapipa..."; poi attendere che mio padre salisse a prendere le ultime cose (tra le quali mia madre) facendo la guardia alla macchina stracarica e facendo passeggiare il cane. Che, terrorizzata di venire portata a perdersi, a ogni passaggio davanti al cancello metteva il muso tra le sbarre come un carcerato, o tentava di rientrare a casa passando sotto al cancello.

Infine, all'alba delle 13.30, sono partiti. Con appena due ore e mezzo di ritardo sui piani.

Ci siamo sentiti varie volte; ho chiamato mia madre per avvisarla che ero arrivata a Milano e lei era già lì bella tranquilla con le cugine. Qualche ora più tardi, ho saputo che non si era nemmeno data la pena di chiamare mia sorella per farle sapere che erano tutti sani e salvi.

Ho chiamato papà il quale mi ha ringhiato che stava scaricando la macchina e mi avrebbe richiamata.
Non ne ho più saputo nulla. Presumo, data la quantità di roba, che stia ancora scaricando.

Comunque, ho capito come funziona: ci chiamano 8 volte al giorno, disturbandoci nel 99% dei casi, quando non hanno niente di meglio da fare.
Chiamare noi è come fare zapping in tv, nell'economia della giornata dei miei genitori.
Appena sono in compagnia, si divertono, hanno da fare, scompaiono.

Genitori snaturati.

lunedì 23 aprile 2012

Il sonno dell'ansia genera relax



Oggi mi sento in un momento di pessimismo cosmico.
Recessione, aziende che chiudono, gente in gamba che non trova lavoro perché non ha calci in culo, né parentele eccellenti e/o stupidità congenita; conseguenti suicidi, omicidi, suicidi-omicidi.

Qui la situazione è un gran casino, però gli odiati cugini francesi a quanto pare ora ci stimano.
Questo mi ha convinta definitivamente del fatto che sia ora di preparare le nostre anime immortali, perché è chiaro che la fine del mondo è veramente vicina.

Credo che sarebbe meglio se smettessi di leggere i giornali.

Poi vado a casa e mio padre passa la mezz'ora del TG a inveire, ad augurarsi stragi di parlamentari, ministri e industriali. Ma anche di manifestanti violenti, ex brigatisti e magistrati. E' fondamentalmente un democratico.
E poi mi guarda con aria sconsolata e dice "Sono molto preoccupato, non c'è futuro, la situazione è brutta".
E la mamma presagisce il popolo in piazza con torce e forconi.
Poi chiamo la nonna, che dice "per fortuna che io sono vecchia, ma mi spiace molto per voi giovani che passerete i guai".
Grazie, tutto ciò è estremamente incoraggiante.
Veramente.
Forse oltre a smettere di leggere i giornali, devo smettere anche di andare a trovare i miei.

Oppure posso ritirarmi in una grotta a fare vita ascetica e romitaggio.
O anche andare in letargo.
Farmi ibernare e mettere il timer per il 3000?

No, ecco: pungermi il dito col fuso di un arcolaio e dormire cento anni. Basteranno cento anni?

giovedì 19 aprile 2012

Non ho (più) l'età

Non sono una nostalgica, ho troppe aspettative nei confronti del futuro per esserlo. Il passato è passato, avrà avuto i suoi momenti belli ma certamente ne ha avuti di brutti.
Non sono di quelle che "oh, come vorrei tornare bambina". Per carità. Da bambina non puoi truccarti, non puoi guidare la macchina, non puoi andare dove vuoi, sei piccola e indifesa e qualunque adulto può dirti cosa fare e cosa non fare (in effetti dovrei usare il passato, oggi che lo apprezzerei pare che non si usi più). Da bambina non vedevo l'ora di essere grande e poter decidere per me stessa.

Non rimpiango il liceo né l'università, posti in cui devi sgobbare gratis. Molto meglio sgobbare a pagamento, non c'è paragone, a parità di rottura di palle.
Conto su una genetica favorevole e se tutto va bene e riesco a non cedere troppo alle lusinghe del palato dovrei mantenermi decentemente carina fino a una certa età.

Però c'è qualcosa che mi disturba.
Superati i 30 la vita sociale diventa pressoché incompatibile con il lavoro, a meno che uno non faccia il pì-erre e la vita sociale sia anche il lavoro. Da qualche tempo a questa parte l'andare a dormire alle 3 di notte, anche se di sabato, mi lascia drammatici strascichi per tutta la settimana, durante la quale devo alzarmi alle 7, contravvenendo al mio bioritmo naturale che mi vorrebbe far dormire fino a mezzogiorno.
Ecco, molto irritata da questo, sono giunta alla conclusione originalissima che il problema è il lavoro.
Come si può smettere di lavorare pur avendo ancora un'età in cui ci si possa godere la vita?

martedì 17 aprile 2012

Problemi che uniscono l'Italia

In questi giorni tutto mi infastidisce.
Per esempio mi infastidiscono i telefoni che stanno suonando in questo istante; la collega che fa dieci chiamate consecutive in vivavoce allo stesso numero occupato; roba da gridarle che non è che se insiste si libera prima, razza di mentecatta!
Anche il fatto che stamattina sono uscita vestita da pioggia e dopo 3 minuti è uscito un sole caldo e meraviglioso non contribuisce a distendermi.
E le maledette pubblicità su youtube, mio dio come mi smuovono i nervi. Dai, cavoli, non puoi mettere una pubblicità di 30 secondi tra due video di 15. Perdindirindina!

Poi la compagna di stanza che urla per parlare con una persona che sta a un centimetro da lei; e che è sempre così arrendevole che Biancaneve rispetto a lei era una stronza. Basta, non se ne può più. L'unica che mi capiva era l'altra mia compagna di stanza e vicina di banco, che purtroppo ha cambiato lavoro da ieri e mi ha abbandonata in questa valle di lacrime.

E poi sono stufa di avere a che fare con i cretini. Con gente che gli dici "aspetta un attimo" e procedono come se niente fosse. Con gente che ti dice ovvietà, nemmeno fossi una neolaureata al primo giorno di stage. Persone che mi promettono una risposta "tra 5 minuti" e dopo due ore si stupiscono se li sollecito.

A tutto questo, aggiungete che c'è il Fuorisalone e che dovrò litigare coi vigili per poter arrivare a casa, il che è francamente inammissibile e a casa mia si chiama sequestro di persona, e che sarà così per tutta la settimana, e capirete che non si tratta di tempeste ormonali.
Perché il mio problema fondamentale, la vera piaga che mi rende una persona litigiosa e irritabile e causa tante liti tra altrimenti tranquilli cittadini; la vera piaga che affligge Milano; no, non è la corruzione dei politici; non è l'immigrazione clandestina; non sono i topi d'appartamento né la cocaina diffusa come fosse zucchero. Non sono nemmeno le modelle anoressiche e i modelli gay vestiti in modo imbarazzante, né il costo a dir poco esagerato in questa città tentacolare.
Lo sappiamo tutti nel fondo del cuore.
Il vero problema è il traffico.




 



P.S.: nell'inverno del mio scontento una luce. E' nato. Madre e padre sanno di chi sto parlando, almeno spero, e a tutti e tre vanno il mio bacio più schioccoso e l'abbraccio più strizzoso.

martedì 27 marzo 2012

Vivere sopra un pero - e far figure da broccolo


Questa benedetta primavera mi sta uccidendo.
Premettiamo che adoro la primavera e da settembre, ogni anno, non aspetto altro che il ritorno delle rondini, delle lunghe giornate, delle gemme sugli alberi e del profumo inebriante dell'erba fresca.
Però cavoli sto arrancando.
Il mondo si sta muovendo troppo rapido e io sono fuori forma e non riesco a stargli dietro.

Per esempio.
Venerdì abbiamo avuto un meeting di tutti gli uffici mondiali della mia azienda, con tanto di cena e danze serali. Arrivati in hotel, poiché la stanza mia e del mio collega non erano ancora pronte, sono andata a mettere la giacca nella stanza di una collega spagnola.
Mentre percorriamo il corridoio, si apre una porta alla mia destra dalla quale spunta un uomo alto che mi vede, si illumina di immenso e mi saluta con un inaspettato entusiasmo: "Effe, how nice to see you again!" (Effe, che bello rivederti!).
Io niente. Vuoto totale, rispecchiato dalla mia espressione a punto interrogativo che dice in un linguaggio internazionale "E mo' questo chi c***o è?".
Vedo il suo sorriso diventare meno ampio, mentre sul mio volto non si scorgono segnali di intuizione, neppure vaga.
"Don't you recognize me?" (Non mi riconosci?)
"Oh my God, sorry, no", rispondo con la sensazione di stare camminando sul ciglio di un baratro; butto un occhio sul suo cartellino e vedo il doppio nome P.H., al che, finalmente, esco dalla trance e mi rendo conto che nel baratro ci sono già finita: è il mio capo supremo, quello dell'ufficio tedesco, colui che decide della mia vita e della mia morte. Balbetto qualche scusa mentre vorrei solo potermi scavare una fossa profondissima e farmici sotterrare dentro.
Ma non è finita perché io sono una che le cose le fa bene o non le fa: dopo aver posato la maledetta giacca torniamo giù al bar, per l'aperitivo prima di pranzo; vedo da lontano un altro mio capo, spagnolo, e gli vado incontro con manifestazioni di giubilo, baci e abbracci. Mentre sono impegnata a mostrare tutto il mio entusiasmo, sento una voce che mormora con tono di profonda delusione: "She's not my girlfriend anymore" (Non è più la mia ragazza).
Era ovviamente P.H., a un centimetro da me.

(Tanto per tranquillizzarvi, ho recuperato ampiamente a cena tirando fuori tutto il mio humour e cercando di dire cose intelligenti, il tutto chiuso con un supplichevole "Per favore, non licenziarmi per non averti riconosciuto"; quindi non credo che perderò il lavoro per il momento).

La buona notizia è che ora ho delle foto di tutto il gruppone di 120 persone e cercherò di imprimermi bene nella memoria la faccia di tutti quelli che non posso assolutamente non riconoscere al prossimo meeting.

La cattiva notizia è che non farò mai carriera perché sono troppo rincoglionita.

lunedì 19 marzo 2012

Toto, I don't think we are in Italy anymore

Era mia intenzione scrivere della primavera.


Di come le magnolie nell'aiuola del cortile riescano a rendere anche questo posto infame quasi piacevole.
Di come il sole mi dia una sferzata di energia e di buon umore che mi permettono di affrontare la giornata senza commettere omicidi.
Di come la promessa del caldo mi faccia già sognare le spiagge assolate d'agosto.

Peccato che oggi mi io mi sia svegliata in Inghilterra senza saperlo, un po' come fossi la piccola Dorothy. Il clima è già cambiato cinque volte da stamattina (altre due mentre scrivevo, siamo a quota sette in quattro ore), e quel che è peggio è che a casa mia, a circa 30 km da qui, quando sono uscita di casa c'era il sole. Illusa e fuorviata da ciò ho lasciato lì l'ombrello, ho preso gli occhialoni neri da star di Hollywood, e soprattutto ho indossato scarpe di camoscio che probabilmente dovrò buttare via stasera.

E mi risuona in testa l'unica cosa che ricordo dai primi due anni di elementari (sì, l'unica a parte l'alfabeto, i numeri, leggere e scrivere).

Marzo pazzarello guarda il sole e prendi l'ombrello.
E continuo a guardare fuori nella speranza di vedere un benaugurate arcobaleno.


mercoledì 7 marzo 2012

Venezia, la Cicci ed io

Cosa non si fa per essere una buona madrina. La mia figlioccia ancora non lo sa, ma la sveglia alle 7 il sabato mattina è una prova del mio amore totale e incondizionato per lei e per la sua mamma. Tanto per cominciare il sabato è il giorno in cui posso dormire fino a tardi, molto più della domenica, quindi il fatto di svegliarmi perfino 20 minuti prima del solito per rendermi presentabile e ciononostante non perdere il treno è quanto meno encomiabile, dal mio punto di vista.

La zia Effe è partita carica di regali e regalucci arretrati, cercando di darsi un tono e di non sembrare come al suo solito una scappata di casa.
Però, chiedo venia, non ho proprio osato mettere dei tacchi. Le Vere Donne Viaggiatrici lo fanno, ma io sono del parere che già viaggio + tacco = incubo, ma viaggio + tacco + Venezia = sedia a rotelle.
Venezia mi ha accolta col sole che splendeva e una temperatura primaverile. Per la prima volta dopo 8 anni (oddio, ho fatto il conto ora per la prima volta. Sono passati otto anni!) ho avuto occasione di passeggiare nella mia zona, e ho notato con estremo disappunto che non esiste più un solo negozio diverso da bar, bistrot, take away e ristorantini.


Almeno non hanno aperto altri dieci negozi di paccottiglia per turisti, però mi ha fatto un po' di tristezza trovare un kebab al posto della mia videoteca, un ristorantino minimal al posto di una delle più antiche gelaterie della città, un pizza al taglio al posto della libreria... ho detto un po' di tristezza? Ecco, no, mi fa un'immensa tristezza, mi sembra di essere un'astronauta che torna sulla Terra dopo aver attraversato un buco nero ed essere andato avanti nel tempo di diversi decenni. 

Comunque, a parte queste piccole fitte di nostalgia, è stato bello ritrovarsi e pranzare in un campiello fuori dalle rotte turistiche. All'aperto. Senza giacca addosso, e vi ricordo che ho vinto diversi premi come "donna più freddolosa d'Italia", in particolare nella specialità "mangiare al freddo". Tra l'altro, oltre al clima perfetto, che a Venezia è raro - data l'umidità, appena inizia a uscire il sole inizia anche a fare troppo caldo - altra fonte di stupore è stato il fatto di aver mangiato bene: solitamente a Venezia i ristoratori tendono a turlupinare i turisti e con loro anche tutti gli altri, si mangia male e si paga molto, ma ci sono le luminose eccezioni come questa; per fortuna la mia Cicci e il suo compagno sono aggiornati e soprattutto sono affidabili anche dal punto di vista enogastronomico.



Una meraviglia, insomma.

Una delle cose (ce ne sono una bella manciata) che mi piacciono molto dell'andare a Venezia dalla Cicci, è che non è indispensabile uscire la sera. Anzi, da quando c'è la piccola, è piuttosto sconsigliabile, e questo ti pone di fronte a una improvvisa presa di coscienza, a una rivelazione di proporzioni bibliche: alla fin fine è possibile passare la serata in casa senza sentirsi un totale sfigato. Puoi guardare la tv con la tua amica, ridere davanti a Francesca Reggiani che fa la ragazza dell'Est, e ti rendi conto che questo ti consente di andare a dormire alle 23.30 perché ti cala la palpebra; e che alle 00.30 non senti i messaggini delle tue amiche che sono ancora in giro e ti scrivono saluti e baci pensando che tu stia folleggiando in qualche bàcaro*.
Quanto sopra è molto utile per varie ragioni: in primo luogo, i piccoli della razza umana tendono a svegliarsi presto, quindi se non vuoi morire per deprivazione da sonno conviene adattarsi ai suoi ritmi. E se stai dalla tua amica per 36 ore, svegliarsi a un'orario decente ti consente di godere appieno della sua compagnia. E, last but not least, vi dà il tempo di fare colazione, una di quelle colazioni che facevate in collegio, quelle che hanno cementato la vostra amicizia e che l'hanno salvata nei tempi bui. Amo la colazione.

Ma ancor più amo fare una passeggiata dopo la colazione, arrivare alla riva, con calma, dando il tempo alla piccola urlatrice di addormentarsi nel passeggino, finalmente, e finalemente tra adulti gustarci uno spritz come sanno farlo solo a Venezia.


Perché forse non tutti lo sanno, ma lo spritz è veneziano, e, anche se l'Aperol se ne è appropriata, in realtà può essere fatto anche col Campari, per chi lo apprezza. Personalmente mi taglia le gambe già con l'Aperol, quindi, onde evitare di finire in canale, mi limito a quello. 
Ammetto che il concetto di "aperitivo" a Milano è appena un po' più completo che a Venezia, ma la bellezza dei luoghi e il panorama mozzafiato ricompensa abbondantemente della micragnosità degli stuzzichini.


Complice il pisolino, ho anche avuto un contatto molto ravvicinato con la piccola, mentre la sua mamma cucinava. E, incredibile a dirsi, forse perché ancora rintronata di sonno, mi è rimasta spalmata addosso senza lamentarsi, senza frignare, con i suoi occhioni aperti sul mondo, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Credo che sia stato l'inizio di qualcosa di bello.


*Il bacaro (pron. bàcaro) è un tipo di osteria veneziana semplice, dove si trova una vasta scelta di vini in calice e piccoli cibi e spuntini. Il nome bacaro viene dai "bacari" (singolare: bacaro), un termine, che a sua volta deriva dal "Bacco", dio del vino. Secondo un'altra teoria deriva da "far bàcara", espressione veneziana per "festeggiare". (fonte: Wikipedia, perché io non avrei saputo spiegarlo meglio)

martedì 28 febbraio 2012

Nuove professionalità - Pensieri in libertà

In periodi di crisi ciascuno fa quel che può per reinventarsi al meglio.
Dopo aver avuto idee banali come scrivere il romanzo italiano del XXI secolo, o iniziare un'attività di minicatering a domicilio (progetti che, sappiatelo, un giorno porterò a compimento), ieri ho avuto un'illuminazione.

Ho deciso che presto diventerò un incassatore di insulti professionista.

Aprirò un sito internet, stilerò un tariffario, descriverò il tipo di prestazioni che sarò in grado di fornire.
Nella pratica, consisterà in una sorta di servizio di ascolto creativo.
Per esempio, tu ce l'hai col tuo direttore di banca che nn vuole proprio concederti il mutuo? Ovviamente non puoi ricoprirlo di insulti da fare arrossire un portuale, e ti tocca ingoiare il rospo e tornartene da mammà con le pive nel sacco. Sei stressato, incavolato, e finisce che tiri giù dall'armadio quella bella doppietta che povero nonno usava per andare a caccia. Poi alla prima coda in tangenziale sbrocchi e fai una strage.
Invece bisogna sfogare i nervi; fare uscire la rabbia repressa. Quindi, per una cifra relativamente modica (sicuramente inferiore alla parcella dell'avvocato penalista che dovrebbe difenderti dall'accusa di strage), io mi travesto da direttore di banca e, via chat o dal vivo, mi faccio insultare per il tempo concordato, rispondendoti a tono e lasciandoti poi vincere. Non avrai ottenuto il mutuo, ma sai la soddisfazione?
Può funzionare con qualsiasi figura autoritaria, che sia il capo ufficio, il vigile che ti ha multato o la moglie prepotente.

A tale proposito, non sono sicura di poter interpretare le parti maschili in modo convincente, mi farebbe comodo un socio. Nessun volontario?
Non sono mica Glenn Close, perdincibacco.

Secondo pensiero in libertà. Premetto che quanto segue potrebbe rivestire un interesse di gran lunga inferiore allo zero, ma a me diverte un mondo.
Non chiedetemi come, perché è troppo complicato da spiegare, ma sono finita su un numero di LIFE (sì, la rivista) del marzo 1937. Lasciate che condivida con voi le cose che mi hanno colpita.
Innanzitutto, Google books è qualcosa di meraviglioso e a tratti stupefacente, anche se non capisco come fare le ricerche. Ma so che certamente sono io ad essere inadeguata.
Secondo: nel 1937 la Germania era una meta turistica ambita, per un americano. Dico, era appena due anni prima che Hitler invadesse la Polonia. Possibile che non se la fosse data nessuno?
Terzo: le pubblicità. Sono meravigliose, e sono avanti almeno 20 anni rispetto alle nostre. E mostrano chiaramente che il popolo americano era ossessionato dal raffreddore, che, non so in base a cosa, veniva curato preferibilmente non con l'aspirina, né con intrugli di vario tipo, né con suffumigi balsamici, ma con dei lassativi.

Ecco.  Pensavo "oh, che bei tempi, questa era gente temprata, che aveva degli ideali, credeva in un futuro migliore, mica come noi"; scoprire che il raffreddore era curato a suon di Gutalax mi fa apprezzare in modo assoluto il fatto di vivere nel XXI secolo.
 

lunedì 20 febbraio 2012

L'arte di farcire le uova

Il motto del mio augusto genitore è "non fare oggi quello che puoi fare domani, e se domani trovi qualcuno che lo faccia al posto tuo, fallo fare a lui".
Immaginate quindi l'aria esterrefatta con cui Coscienza ed io ci siamo guardate quando, nel bel mezzo della siesta postprandiale, il suddetto augusto genitore ha aperto un occhio e ha mormorato: "Bambine (sì, ci chiama ancora bambine a 30 anni suonati), vi va bene se domani vi preparo (N.B. la prima persona singolare) le uova ripiene?".
La risposta è stato un sì, anche se pronunciato con un tono sommesso causato dalla mia incredulità e dalla convinzione di mia sorella di aver capito male.
Premetto ad onor del vero che mio padre sa cucinare forse 3 cose in vita sua, una delle quali è appunto "le uova ripiene". Trattasi nella fattispecie di uova sode divise a metà, il cui rosso viene frullato con tonno, maionese, capperi a chi piace ed eventualmente un filo d'olio. La deliziosa cremina viene quindi rimessa nel mezzo uovo, e quella che avanza sta benissimo spalmata sul pane toscano tostato.
Purtroppo mio padre riesce a preparare tale ricetta in questo modo semplice e lineare, da solo e senza aiuti, solamente se proprio non c'è nessun altro essere umano da usare come sguattero nel raggio di un paio di chilometri; invece ieri la ricetta completa è stata la seguente.

giovedì 2 febbraio 2012

Lati positivi della vita sotto zero.

Foto artistica "Omaggio a Kurosawa" realizzata
e gentilmente concessa da Mr. Big

La neve è bellissima.
Attutisce i rumori, dilata i tempi, purifica l'aria.
Rende piacevoli e romantici paesaggi altrimenti orribili, che si potrebbero usare come locations per film su un mondo post-atomico.
Quando nevica non fa tanto freddo. E ti godi doppiamente il calduccio che c'è in casa, e metti il termostato della macchina su 25 con una certa soddisfazione.
Quando nevica puoi metterti i Moon Boot senza sentirti del tutto ridicola.
La neve permette ai vigili urbani di sedare risse in strada tra spalatori di neve e passanti, oltre a fare da scudi umani ai fanciulli entusiasti che entrano a scuola.
Puoi divertirti un mondo a vedere nel retrovisore la neve che vola via dal tettuccio quando tocchi la folle velocità dei 50 all'ora, mandando in crisi l'automobilista dietro di te.
Quando nevica puoi arrivare in ufficio in

lunedì 30 gennaio 2012

Camilla e i pinguini

Non ho scritto il resoconto del compleanno della mia amata sorellina, anche se ci siamo divertiti, perché è una di quelle serate di cui è difficile scrivere. Voglio mandarle ancora un bacino e dare un bacino a tutti quelli che hanno partecipato a quella fantastica maratona enogastronomica.

Ma oggi mi preme un altro argomento.

Sabato aveva già iniziato, ma sembrava poca roba, anche se la macchina nel tardo pomeriggio era già ricoperta da un bello strato di soffice neve bianca.
Sabato notte sembrava avesse quasi smesso, e portare Camilla a pascolare non è stata impresa troppo complessa.
Tranquillizzata da ciò, sono andata a dormire serena e sono stata svegliata all'ora di pranzo da mia mamma. Ero ancora tranquilla, finché non ho notato dalla finestra del bagno un mulinare forsennato di fiocchi bianchi che sembrava di vedere un documentario sui branchi di pinguini imperatore in antartide.

Il dramma è stato portare fuori il cane. Un cane bianco alto 30 cm non si trova benissimo a passeggiare in una distesa bianca e ghiacciata di 20 cm. Se non fosse stata all'altro capo del guinzaglio l'avrei probabilmente persa.
All'inizio saltellava come un leprotto, mentre io, travestita da Kenny, arrancavo cercando di non rovinarle addosso. Dopo un po' l'entusiasmo per la novità si è decisamente smorzato, e ha iniziato a guardarmi con uno sguardo implorante che significava: "Ti prego, riportami a casa al calduccio, io non ho le galosce, il piumino e il cappuccio tirato sulla testa", mentre nella mia mente si faceva strada l'immagine di un pupazzo di neve con in mano un guinzaglio rosso e all'altro capo un pupazzino di neve con quattro zampe e la coda.

La morale della giornata: strade cittadine quasi impraticabili, strade di campagna decisamente impraticabili (non credo che rivedremo CìCì prima del disgelo), autostrade fortunatamente pulite. E a Milano c'era il sole.

I Byrds cantavano "For everything there is a season" e io concordo.
Se non è sceso un fiocco di neve durante le vacanze natalizie.
Se abbiamo passato il capodanno con 15°C e non eravamo andati all'estero.
O Inverno, eravamo ormai rassegnati ad aver montato gli pneumatici da neve inutilmente, e la cosa non ci disturbava più di tanto.
Perché ti sei sentito in dovere di recuperare il tempo perduto mettendoti a nevicare praticamente a febbraio? Non venire a dirci che l'hai  fatto per noi, perché sappiamo tutti che non è così.
Per rompere le scatole a me? No, perché a me la neve piace, ma solo se posso starmene in casa a guardarla dalla finestra, magari con una tazza di the caldo in mano. Ma quando devo andare a lavorare, no. Quando devo passeggiare il cane perché mia sorella ha la febbre, no.


lunedì 9 gennaio 2012

Festa fatta, capo ha

Come sempre non farò propositi per il nuovo anno, se non quello di cercare di essere di un umore migliore rispetto all'ultima settimana (rientro al lavoro a dir poco devastante).
Né farò bilanci dell'anno passato, non posso lamentarmi più di tanto ma nel complesso è stato un anno anonimo, senza infamia e senza lode. Parlo a livello individuale, naturalmente, visto che a livello politico-economico è stato un continuo stravolgimento, che per ora non riesco a vedere in senso positivo. Anzi. Questa situazione stagnante mi costringe a restare bloccata dove sono; nel frattempo risate sataniche arrivano dall'open space e mi domando dove le colleghe intendano sistemare il calderone per il sabba.

Mio Dio, è il 2012. Potrebbe essere, secondo gli scienziati di altissimo livello intervistati da Voyager, o l'ultimo anno di vita della Terra o l'anno che segnerà l'inizio dell'era dell'Acquario di cui cantavano i 5th Dimensions. Personalmente spero la seconda, visto che avrò appena finito di pagare le rate della macchina e mi scoccerebbe un po' non potermene godere la piena proprietà.

Le mie feste sono iniziate con il rientro a casa il 23 sera, il barista sotto casa che mi faceva carinamente notare che sembravo uno zombie mentre mi augurava buone feste.
Dirigendomi alle 9 di sera verso l'autostrada, venivo casualmente a sapere che la povera Coscienza vomitava in perfetto stile Esorcista da due giorni; da notare che venivo a saperlo avendo chiamato la diretta interessata, perché entrambi i nostri augusti genitori si sono ben guardati dall'informarmene.
Sta di fatto che la mattina del 24 mi svegliavo con l'ansia che non venisse a casa per Natale. Invece benché pallida e deboluccia, si è messa in macchina con il Dottor R., il quale l'ha poi anche egregiamente sostituita nella tipica maratona di shopping natalizio della Vigilia.

Il virus naturalmente nel giro di un paio di giorni si è fatto strada anche nel mio, di organismo, ma con effetti meno devastanti. Anzi, con effetti positivi: pur avendo trasformato me in una larva umana, ha trasformato al contempo mia sorella in una cameriera vittoriana pronta a farmi la valigia per Capodanno, mentre io le davo istruzioni dal mio letto di dolore; e in un autista che nemmeno Ambrogio che mi conduceva senza problemi verso la meta prescelta, dove i nostri amici già ci attendevano: una dotatissima cascina sulle colline di Montecatini, con un panorama eccezionale, sauna e idromassaggio, tv gigante, playstation, e qualunque altra comodità resa disponibile dalla tecnologia; ma soprattutto l'oggetto che ha dato una svolta alla vacanza: il biliardino da 6.

La sera del 31 mi sono resa conto che il momento 3, 2, 1 BUON ANNO mi imbarazza. Forse perché avrebbe più senso festeggiare l'anno che se ne va, ché almeno sappiamo cosa ci ha dato - o tolto; buon viaggio, Duemilaundici, addio e arrivederci a mai più.

L'anno entrante ancora non ha dimostrato di meritare il mio entusiasmo, quindi mi ritrovo a mormorare il conto alla rovescia timidamente, cercando di non farmi notare, tenendomi un po' in disparte. Praticamente festeggio in play-back. Non che gli auguri ai miei amici non siano sinceri, ma è come se ci credessi poco io per prima. Spero, naturalmente, di venire smentita, visto che sono almeno 6 anni che Paolo Fox prevede grandi rivoluzioni, prevede il grande botto, ma poi niente accade e tutto si riduce alla solita routine, a un lavoro mediamente noioso e poco retribuito, e a una gran voglia di arrivare in fretta all'età della pensione onde potermi finalmente comprare un gatto.

Magari quest'anno è quello buono in cui ci ha beccato.

giovedì 5 gennaio 2012

Monologo dell'abbandono

Pausa pranzo, in ufficio.
Mi distraggo leggendo Tempesta di ghiaccio di Rick Moody e mangiando i miei tramezzini al pollo (e se vi sembrano tristi, sappiate che sono tra i pranzi al sacco meno tristi che mi capiti di mangiare in ufficio). Mr. Big dice che deve riordinare casa, quindi lascio che la lettura mi assorba completamente, non notando un paio di frasi che lui, compagno di chiacchierate in chat, mi scrive.
Non rispondo, e quanto segue è esattamente quello che è successo dopo, se non per il fatto che il turpiloquio è stato edulcorato per non offendere la sensibilità dei già pochi lettori.

Mr.Big: allora vaffancucciolo
non cacaramellarmi
Effe: nuuuu
lo sai che sei la luce dei miei occhi e la crema nel mio caffé
stavo leggendo
pensavo stessi facendo pulizie
ora vado anche a fumare, poi torno
Mr.Big: non ti cacontatterò piu oggi, sallo
addio
(Al principio l'ho presa sul ridere)
Effe: daaaaiiiii pasticcinooooo
ehiiii
prontoooo
ti spammo skype finché nn mi rispondi
sallo
prontoooo
prova
uno due tre, ssssa ssssa sssa
(Poi, sperando in una sua reazione di disgusto, ho iniziato a usare le armi pesanti)
guarda che se non mi rispondi inizio a mandarti gli aforismi amorosi tipo
Sublime quell'attimo, quell'eterno istante fatto di battiti del cuore impazziti, sguardi carichi di desiderio e respiri affannati... sublime quell'attimo in cui tra le tue labbra e le mie c'è solo un bacio...
Ci siamo incontrati perchè doveva succedere..

 .. E anche se non fosse stato quel giorno, prima o poi ci saremmo sicuramente incontrati da
qualunque altra parte.♥
(Poiché evidentemente non funzionava, ho finto disinteresse)
vabbè, torno a leggere allora
 :P
(Ma essere ignorata mi rode, allora non ho resisto e sono passata agli anatemi)
stai accumulando punti karma negativo così, sallo
sei cattivo e antipatico
e anche un po' brutto
se fossi un lama ti sputazzerei
se fossi un gatto ti graffierei le natiche
a sangue
se fossi un chihuahua ti rosicchierei i malleoli
se fossi il tuo divano farei crescere un pezzo di legno sotto la tua schiena nottetempo per farti svegliare tutto spaccato
se fossi un marciapiede ti spaccherei la coppa dell'olio
se fossi una lavatrice ti allagherei casa
mi stai costringendo a lavorare, te ne rendi conto?
la strega cattiva dell'est al tuo confronto è una cara vecchina
fottiti
e sappi che questo lo pubblico
Ora sono qui, abbandonata come Scarlett sullo scalone della casa di Atlanta, nessun cenno di vita da parte sua. Spero che stia bene.