mercoledì 21 dicembre 2011

Vorrei cantare insieme a voi

Non vorrei scrivere delle festività imminenti.
Non tanto per un desiderio di originalità, quanto perché, non so voi, ma io mi sento già un po' troppo bombardata di stimoli natalizi. Sono ormai due mesi che è tutta una profusione di Babbi Natale che bevono bibite gassate agitando palle souvenir piene di neve, che assaltano Venezia vestiti nei modi più strani, che per radio mi giurano che loro comprano i giocattoli già fatti in quella tale catena di giocattolifici (altro che gli elfi). Non ne ho visti tanti appesi ai balconi quest'anno, con mio grande sollievo, ma stavo pensando di impiccarne uno fuori dalla mia finestra e spacciarla per una installazione d'arte contemporanea che vuole protestare contro la mercificazione delle feste religiose.

Già che siamo in argomento: qui a lato il vero aspetto del personaggio noto come Babbo Natale.

 
Come sempre non ho ancora comprato un regalo che sia uno, per mantenere viva la tradizionale maratona "Stra-regalo" del 24 insieme a mia sorella.

In ogni caso ho le idee molto chiare. La tv mi ha indicato la via, con spot martellanti e continui di cui sto anche ora inconsapevolmente canticchiando i jingle e ripetendo gli slogan.

mercoledì 14 dicembre 2011

Live and let die

Premettiamo che sono una persona piuttosto tollerante, di norma.
Premettiamo anche che ci sono periodi - i famosi quei giorni - in cui la soglia di detta tolleranza si abbassa inesorabilmente, ma resta sempre piuttosto alta, parlando in senso assoluto.

Ciò detto, io non posso più sopportare, ripeto non posso più sopportare alcune cose, che esporrò qui di seguito in ordine, così come mi accadono a partire dalla mattina fino alla sera,  con una bella farcitura di parolacce, così mi sfogo anche.

Numero uno.

Netturbini milanesi. Io vi stimo tanto, sono felice che la città non trabocchi di spazzatura, tutto grazie a voi che passate col camion a ritirarla. E fate veramente la raccolta differenziata, non è una palla! Quindi fondamentalmente vi ringrazio dal fondo del cuore.
Ma - c'è un ma.
Sono le 8.30, siamo tutti in ritardo per il lavoro. Capisco che a voi faciliti e velocizzi il compito, ma è proprio indispensabile mettere il camion DI TRAVERSO sulla carreggiata creando un ingorgo mostruoso? No, dico, la cara vecchia doppia fila, che magari uno se ha un po' di occhio riesce pure a superarvi, voi proprio no?

Numero due.

Come ho certamente già detto altrove, io soffro molto il freddo. Ho la temperatura bassa, sono praticamente un rettile, e per stare bene ho bisogno di stare al caldo. Smetto di sentire freddo e inizio a sudare solo sui 26°C. Nella peggiore delle ipotesi, mi vesto pesante, ma onestamente è difficile che io senta caldo anche sotto strati di maglie di lana, in inverno.

martedì 6 dicembre 2011

Lavoro con Coscienza. E per Coscienza


Nella foto: Coscienza quando ha scoperto la
falla in una delle gambe del tavolo Ikea
Nel week-end sono andata a Parma per aiutare Coscienza a cambiare casa.
Ma vorrei raccontare le cose con ordine.

Conversazione del mercoledì sera:
F: - Guarda che comunque pensavo che è meglio se arrivo il venerdì sera, così sabato sono già lì.
C: - Ah, beh, ma quello era OVVIO, tu DEVI venire il venerdì sera, perché il sabato iniziamo presto.
F: - Zì buana.

Conversazione del giovedì sera:
C: - Eh-ehm, senti, alla fine se preferisci venire la mattina di sabato... tanto con la ZTL non possiamo iniziare a portare la roba prima delle 2 del pomeriggio...
F: - Vabbè, verrò comunque venerdì sera, ormai ho preso due ore di permesso apposta!
C: - No, ma io sono anche più contenta, così abbiamo la mattinata per fare delle commissioni.
F: - Zì buana. Comunque considera che arriverò verso le 6 da te.

Il venerdì alle 16 e zero-zero sono partita dall'ufficio, con tutta calma sono arrivata, e quasi sotto casa di mia sorella l'ho chiamata. Ha risposto una sua amica.

Amica di Coscienza: - Ehi, ciao, rispondo io perché tua sorella ha le mani bagnate
F: - Ciao A. di C., le dici per favore che tra due minuti sono sotto casa sua?
(lungo, perplesso silenzio, poi voci in sottofondo)
A. di C.: - Ecco, ma quale casa?
F: - Come sarebbe "quale casa"?? L'unica alla quale so arrivare, quella nuova non so dove sia!
A. di C. (rivolgendosi a Coscienza): - Senti, vuoi levarti i guanti di gomma e parlarci direttamente? Perché qui mi sa che è sorto un piccolo problema...

Per farla breve, mia sorella, senza dare il minimo peso a frasi quali "ho preso due ore di permesso" e "sarò lì verso le 6 - 6.30", era nell'altra casa a pulire, e dopo essermi scapicollata a Parma, se non fosse stato per la fortunata presenza del mitico Dottor R mi sarei ritrovata ad attenderla in mezzo alla strada.

Giunti a questo punto, mi vedo costretta a fare una premessa.
Siamo entrambe geneticamente dotate di scarse doti organizzative, e soprattutto siamo incapaci di attenerci a un programma, a una tabella di marcia, o a qualsivoglia schema rigido di suddivisione del tempo e/o dello spazio (per il secondo, il mio armadio è un ottimo esempio). Inoltre mia sorella ha il brutto vizio di non spiegare le cose, quindi ho agito come un automa nel massimo spaesamento possibile. Sta di fatto che, grazie all'intervento di una seconda amica di Coscienza, e della sua station wagon con permesso di accesso al centro, alla fine abbiamo iniziato il trasporto pacchi già dal mattino; dopo pranzo io, in quanto anziana del gruppo, credo, o forse perché ho scaricato due macchinate di pacchi pesantissimi, sono stata abbandonata nella casa vecchia mentre Coscienza e il Dottor R facevano un terzo giro.

La domenica mattina siamo invece andate all'Ikea. Ebbene sì, per mia sorella mi sottopongo alle torture più incredibili. Siamo state lì per 4 - QUATTRO - ore, attorniate da millemila famigliole con torme di bambini multicolore. Ho anche sentito la minaccia più bella degli ultimi anni (che per di più ha funzionato):
Padre Snervato, al figlio urlante appena inserito nell'apposito sedile del carrello:
"E ora basta! Non voglio più sentire un fiato altrimenti ti metto sullo scaffale con il prezzo!"

Nelle 4 ore abbiamo scelto tavolo, sedie (che poi erano tristemente esaurite), divano letto, poltrona, cassettiera e scaffale da ripostiglio. Alla fine confondevo i Gorm coi Bjursta, tanto per capirci.
Abbiamo comprato altri ciaffetti che ci siamo portate via subito, ma soprattutto abbiamo prenotato la consegna per il giorno dopo, e dopo un pomeriggio passato a radunare le ultime cose, ci siamo trasferite definitivamente nella nuova casa.

Il fatto che la consegna fosse zona pedonale non ci ha certo aiutate a farci amici i trasportatori dell'Ikea, ma ci hanno portato tutto. Sbagliando "solo" la fodera della poltrona.
Inoltre quello parlante dei due (l'altro era muto, o molto timido, o molto incazzato per via del trasporto manuale) ci ha guardate con aria di sufficienza quando gli abbiamo detto che avremmo montato tutto noi: "Poltrona, forse potete riuscire, solo da montare zampe. Divano, tutto resto, troppo difficile anche per montatori Ikea" ci ha detto in un italiano senza articoli. A quel punto era diventata una questione di principio: avrei montato mobili fino a stramazzare, se necessario mi sarei licenziata dal lavoro pur di finire di montare fino all'ultima vite, ma ce l'avrei fatta.

Iniziamo dal tavolo. Monto le prime due zampe mentre Coscienza litiga col call center per capire come cambiare la fodera sbagliata. Quando cerchiamo di montare il secondo paio di zampe, lei si accorge con orrore che una è fallata, manca la rivettatura. Iniziano a uscirle i fumi dalle orecchie e si riattacca al telefono. Dopo di che prende su il tutto e, dotata di mantello, scudo istoriato ed elmo crinito va in spedizione punitiva verso l'Ikea.

Abbandonata a me stessa, mi dedico al montaggio della cassettiera, pregando di non sminchiare niente che se no mia sorella mi ammazza; e devo dire che seguendo le istruzioni pedissequamente e stringendo bene tutte le vitine e martellando tutti i chiodini ho fatto un ottimo lavoro.
Tornata la proprietaria di tutto questo legnoso ben di Dio, abbiamo finito di montare il tavolo - egregiamente. Ci sono uscite due ernie a testa per sollevare il piano di vetro temperato, ma il risultato è più che soddisfacente.
Poi è scattata la sfida con il divano. Ci siamo messe di impegno, e a parte aver montato un pannello dritto e averlo smontato e rimontato 3 volte in tutto, convinte di averlo montato al rovescio, siamo state molto brave. Funziona tutto perfettamente.





Per tirare le somme: ho montato mobili dalle 11 del mattino alle 7 di sera. Sono partita da Parma per tornare a Milano alle 8, tra una cosa e l'altra; sono arrivata a casa mia alle 10.
Ho la schiena a pezzi e sono stanca morta, ma devo dire che constestare coi fatti i pronostici di un facchino dell'Ikea non ha decisamente prezzo.

martedì 29 novembre 2011

Signs - parte 2

Dal film "Signs", non è roba mia.
Ho già parlato altrove dei segni e della mia attenzione verso i piccoli suggerimenti che il Fato cerca di farmi pervenire. Potrei lanciarmi in una lunga disquisizione su fato e libero arbitrio, sulla possibilità che esista veramente un piano superiore (nel senso di "programma elaborato da un'Entità a noi superiore", non "il piano di sopra" di un edificio, quello dove si mettono a trapanare e martellare all'alba durante il week-end, per capirci), sulla eventuale bontà di tale piano, o viceversa, sulla totale casualità dei fatti dell'esistenza. Ma non lo farò per tre motivi.

Il primo è che non ho ancora preso una decisione definitiva a riguardo; il secondo è che, obiettivamente, non gliene può fregare di meno a nessuno della mia opinione in materia di destino e Provvidenza; il terzo è che Roberto Giacobbo certamente avrà una teoria in cui c'entrano i Templari, che spiega queste "coincidenze". Ma saranno poi veramente coincidenze?
Vi rimando a lui per approfondire.

Ai miei occhi il mondo è un libro, ovunque mi giri leggo messaggi indirizzati a me. Solo a me, a nessun altro, anche perché non tutti sono così squilibrati da interpretare, per esempio, la presenza di una cornacchia sul guard rail della A7 come un ammonimento a ridurre la velocità. L'automobilista medio manco la vede la cornacchia. Se la vede e sa che sta passando vicino al Parco del Ticino dà per scontato che ci siano animali un po' inconsueti nella zona. Io no. Io rallento, e poco dopo incontro una strettoia per lavori. Tiè, la cornacchia è mia amica.
Ultimamente i segni si sono intensificati, il che prelude forse a un'invasione aliena, o forse alla fine del mondo, o, più probabilmente, a un sacco di risate per qualsiasi psichiatra che dovesse passare di qui.

Per esempio, potrebbe essere un segno il fatto che in ogni libro che mi capita di leggere ultimamente ci siano uno o più scrittori o aspiranti tali, e che puntualmente abbiano successo di pubblico e critica col loro primo romanzo, mi fa aspirare a scrivere il best seller dell'anno. Chiaramente, se io credessi in modo acritico ai segni, avrei già mollato il lavoro per dedicarmi alla stesura del Grande Romanzo Italiano del 21° secolo. Per fortuna lo spirito critico non mi manca.
Il fatto è che io non sono il personaggio di un libro (il cui autore scriverebbe molto meglio di me), e che solo ai personaggi dei libri vien tutto facile.
Hanno sempre qualche botta di culo pazzesca, tipo andare a correre in un parco e scontrarsi con un editore in crisi di identità che, andando contro a tutti i colleghi e a tutti i propri principi li aiuta, li sprona, insegna loro i trucchi del mestiere con poche parole sagge, dà loro sulla fiducia un sacco di soldi di anticipo, che vengono però ampiamente rimborsati da un boom nelle vendite che non si era mai visto prima.
Nella realtà, se io corressi  - e non corro, io odio correre, non corro nemmeno se sto perdendo l'aereo; ma se corressi, in un parco, nella migliore delle ipotesi mi scontrerei con un punkabbestia che mi chiederebbe una sigaretta; e se proprio proprio incontrassi un editore sarebbe uno di quelli che pensano che il miglior investimento editoriale sia una ristampa delle barzellette di Totti con dvd (il che, a ben vedere, visti i tempi bui in cui viviamo, forse non è nemmeno così sbagliato); se poi per colmo dell'assurdo io scrivessi veramente un libro e venisse pubblicato, le vendite di cui si legge nei romanzi nella realtà non si verificherebbero nemmeno se tutti i televisori del pianeta esplodessero contemporaneamente. La mia immaginaria ed eventuale creazione venderebbe 10 copie e solo perché obbligherei parenti e amici ad acquistarlo. E alcuni si rifiuterebbero. Altro che best seller.
Chiaramente, se, nonostante questa prosaica realtà che mette i bastoni fra le ruote della mia creatività, io ce la facessi, allora vorrebbe dire che i segni sono una cosa vera.
Perché continuo a vedere ovunque immagini delle Hawaii, ed è segno che il Fato mi dice che devo trasferirmici; e quando avrò sbancato le librerie del pianeta, sarà la prima cosa che farò.

lunedì 21 novembre 2011

Drammatiche scoperte

Avrei dovuto capirlo prima, ma la mia mente si rifiutava di elaborare l'informazione.
Avrei dovuto capire che il ritorno in auge degli Swatch e degli Hip Hop, dei leggings (che una volta si chiamavano fuseaux), dei jeans a sigaretta, delle magliette con le scritte, delle felpe, dei vestitini stretch, dei bracciali slap, e di tutta l'altra paccottiglia, erano il preludio al ritorno degli anni '80. Nella moda, purtroppo, mica nell'economia che andava alla grande, come ci insegnano capolavori della cinematografia quali "Una donna in carriera" e "Il segreto del mio successo".
Non so - e non credo di voler sapere - come sia potuto succedere. Forse gli stilisti hanno finito le idee; o forse la gente ha finito i soldi e il buon gusto e ha tirato fuori dagli armadi della mamma delle cose che per lungo tempo sono rimaste lì sepolte, con gran sollievo di tutti; o forse è un fisiologico ricorso storico, al che mi domando: ma non erano meglio gli anni '30, per dire? Ma anche un qualsiasi altro decennio a caso sarebbe stato comunque meglio...

La situazione mi si è palesata nella sua gravità sabato sera.
Dopo una deliziosa cenetta riscaldati come gatti dal calore di uno scoppiettante caminetto, avendo percorso strade avvolte da una nebbia fitta e impenetrabile, siamo arrivati nel solito locale a sentire il concerto dei Rad1 (sì, di nuovo, perché ci piacciono). Nonostante possa sembrare una serata-fotocopia, alcune differenze rispetto all'ultima volta, invece, ci sono state: il locale ha chiuso la zona dietro al palco, per cui il classico "giro" non si può più fare; è tornato il barman che amo da lontano da quanto? dieci anni? (Lo amo perché mi fa il mojito solo quando ha la menta buona, e lo fa con un amore e una maestria che non sono nemmeno in grado di descrivere. E poi perché è piuttosto un bel ragazzo, ovviamente). Ah, e non ho singhiozzato come un vitello quando hanno suonato i Metallica, anche perché le mie adorate amiche si sono girate all'unisono verso di me per sorvegliarmi, e mi hanno fatto ridere.
E poi ero parecchio distratta da un tavolo di ragazzette, che oltre a darmi materiale dal punto di vista umano, hanno squarciato il velo della mia felice inconsapevolezza, come dicevo all'inizio.
Il gruppetto era formato dai soliti archetipi tardo-adolescenziali. C'era il Maschiaccio (occhiali, niente trucco, jeans e scarpe da ginnastica); poi c'era la Tarantolata, quella che balla a prescindere, che balla anche se c'è un momento di totale silenzio, balla anche mentre il cantante fa gli auguri di compleanno: costei era vestita con jeans skinny (benché lei non fosse proprio un fuscello) e decolleté, top nero che si intravedeva sotto alla (tenetevi strette) felpa grigia che scopriva una spalla, stile Flashdance. Ragazzi, non vedevo gente vestita così dal 1989.
Infine, la mia preferita. La Barbie girl che ha dato nuova vitalità al concetto di cattivo gusto. Per prima cosa, parliamo dei capelli. Gialli. Non biondi, proprio gialli, giallo senape tipo Cindy Lauper, ma in questo caso del tutto involontario. Le scarpe non erano male, col tacco, ma open toe. OPEN TOE, e SENZA CALZE, una cosa per me del tutto inconcepibile se non vivi in California o in Florida. E vi assicuro, la Lomellina in novembre è quanto di più lontano dalla California si possa immaginare.
Il vestito, altrettanto estivo, e terribilmente brutto: un abitino senza spalline, elasticizzato, rosa confetto, di quelli con le pieghine orizzontali. E poi il tocco finale: il rossetto rosso fuoco, un pugno in un occhio. Che cavoli, ma hai il vestito rosa, mettiti un rossetto in nuance, perdindirindina!
Vorrei lanciare un appello, qualora la ragazza capitasse da queste parti: cara Barbie girl, ti prego, se proprio ci tieni a mettere un rossetto colorato, almeno cerca di abbinarlo al vestito. E poi, ti prego, cambia parrucchiera. Infine, anche se in 90210 (il nipote di Beverly Hills 90210, per chi non lo sapesse) si vestono così e fanno feste in spiaggia tutto l'anno, devi guardare in faccia la realtà: vivi nella fabbrica della nebbia, fattene una ragione e vestiti in modo consono.

martedì 15 novembre 2011

Mi lamento peggio di un uomo

Pazzesco come ultimamente, quando mi trovo davanti alla pagina bianca, mi si sbianchi del tutto anche il cervello. Per quanto uno cerchi di raccogliere le idee per scrivere dei post non dico meravigliosi, ma almeno leggibili, almeno moderatamente divertenti, non capisco come mai ma mi si cancella tutto.

Potrei andare con ordine.
Come da ultimo post, mi sono ammalata (sto forse diventando un po' troppo autoreferenziale? E forse si vede che mi piacciono i cartoni animati alla mia veneranda età?).
Comunque, mi sono presa l'influenza, niente di drammatico, una banale influenza, ma con tanto di febbre a 38 e assunzione di tachipirina alle 4 di notte.

Reazione della Dottoressa Coscienza: "No, ma Fuzzi (mi chiama Fuzzi, che ci posso fare...), qui bisogna fare qualcosa per il tuo sistema immunitario, non è possibile che ne hai sempre una."
Reazione di Mamma: "Mica andrai in ufficio domani, eh? Anzi, ora ti faccio dare fino a lunedì incluso dalla dottoressa"
Reazione del Papà, nessuna, non per suo disinteresse ma perché ho espressamente chiesto a Mamma che gli dicesse che non stavo bene e che non mi sentivo di parlare con nessuno; il motivo è che ogni volta che mi prendo qualcosa, e intendo ogni dannatissima volta, mi chiede: "Come mai?" o "Come hai fatto?", come se io facessi qualcosa per ammalarmi o come se potessi evitarlo. Al che io posso replicare "Eeeeh, non so, succede" se sono di umore tollerante. Oppure, quando sono un po' tesa: "Ma che domanda è, scusa? Non è che vado a saltellare a piedi nudi nelle pozzanghere vestita solo di un tanga e un reggiseno (anche perché in tal caso rischierei ben altro che un raffreddore)! Mica mi espongo alle intemperie ! Mica sono deficiente! Cosa cavolo ne so, sarò passata nella scia di uno starnuto pieno di germi, oppure i quattro strati di vestiti con cui mi copro normalmente non sono bastati, che ne so?"; il problema è che mio padre non è tipo da accettare una risposta aggressiva da sua figlia, quindi, onde evitare di dare di matto e di litigarci, ho preferito evitare direttamente di sentirlo.

Il mattino successivo sono stata molto coccolata via messaggio da tutti, amici e colleghi, ma non avevo fatto i conti con la sfiga che si accanisce.

Mentre stavo tranquilla nel letto con la testa che mi scoppiava e la sensazione che un enorme boa constrictor si fosse acciambellato nella mia scatola cranica e continuasse ad agitarsi per trovare la posizione giusta per fare un sonnellino, ho avuto la malaugurata idea di lanciare qualche aggiornamento sullo smartphone; poi mi sono fatta forza e mi sono messa a fare alcune cose urgenti per il lavoro. A un certo punto, dopo qualche ora, mi sono resa conto che non suonava niente, niente e-mail, messaggi, sms, e l'ho preso per controllarlo. Orrore. Schermo bianco, bloccato sulla schermata iniziale. Tolgo la batteria. Riavvio. Idem come sopra. Panico, desiderio di piangere da una parte, di frullare il tutto dalla finestra dall'altra. Ma scagliandolo con violenza.
E soprattutto una solenne incazzatura, profonda, nera e cupa come una fossa oceanica. Talmente solenne che perfino Mr. Big che inizialmente mi sfotteva pesantemente ma quando ha visto la mia reazione ha smesso e quasi mi ha consolata.
Non intendo annoiarvi e rinnovare il mio stesso dolore con la cronaca di tutte le soluzioni che ho provato, la morale è che l'ho mandato in assistenza, e io sono in crisi di astinenza da Android.
Conto alla rovescia: - 11/16 giorni.

Il giorno dopo sono corsa a casa a farmi coccolare dalla mia mammina, è tornata anche Coscienza, e benché non abbia messo il becco fuori di casa ho passato un bellissimo week-end.

Anche perché ammettiamolo: starsene al calduccio, con un paio di bei libri, con la mamma che ti coccola, mentre fuori c'è la nebbia che si taglia a fette, il freddo, le code in tangenziale, il casino in ufficio, è semplicemente impagabile.

mercoledì 9 novembre 2011

Mettete della clorfenamina nei vostri cannoni

ATTENZIONE: Questo post contiene pubblicità occulta.

Sono malata. Ho il raffreddore.
E sarei stata a casa volentieri se non fossi sola in ufficio. Di nuovo. Praticamente appena il mio collega si allontana dal patrio suolo, io mi ammalo. Per tutto il resto del tempo sto un fiore, non c'è verso di potersi prendere un giorno di malattia.
In più il mio pacco contenente il nuovo libro di Murakami non è ancora arrivato, e per giunta non sono io la fortunata vincitrice del Paccozzo del Mistero.
In questo mare di sfiga il video di Tegamini mi ha fatto fare un sacco di tossicchianti risate, e confesso che nemmeno il vincere il Manuale di zoologia fantastica di Borges può competere con la gioia di vedere il cerchietto piumato indossato solo in mio onore.
Ecco, il video di cui sopra è stato un raggio di sole in una giornata altrimenti resa insopportabile dal naso che cola e dal bruciore che ogni respiro mi procura a tutto l'apparato respiratorio. Non ho nemmeno fumato la sigaretta delle 11 stamattina, non so se rendo l'idea. Ho fumato quella della pausa pranzo solo per timore di diventare violenta nei confronti delle altre persone.

Ora vorrei spiegare il senso del titolo, che mi rendo conto possa venire male interpretato. Non è un'istigazione all'uso di droghe, che personalmente non mi interessano e non mi attraggono. Qua si parla di principi attivi e dei molteplici effetti positivi che un certo farmaco può avere sul malanno e anche sulla creatività. Ammesso di avere un taccuino sottomano quando ti vengono le idee migliorissime della terra.

Per la serie meglio tardi che mai, dopo aver assunto lo Zerinol a ogni raffreddore negli ultimi due lustri (almeno), oggi per la prima volta mi sono documentata su Wikipedia riguardo a uno dei suoi due principi attivi, la clorfenamina, scoprendo cose molto interessanti :
"è un antistaminico H1 alchilamminico di prima generazione, comunemente utilizzato nei farmaci per la prevenzione dei sintomi delle allergie, dell'orticaria o delle riniti di qualsiasi origine. I suoi effetti sedativi sono relativamente deboli se confrontati con altri antistaminici di prima generazione. La Clorfenamina è anche uno degli antistaminici più usati nella medicina veterinaria dei piccoli animali. Inoltre, anche se non è generalmente approvata come farmaco antidepressivo o ansiolitico, la clorfenamina sembra mostrare anche proprietà di questo tipo".
E ancora: "[...] la clorfenamina ha dimostrato di essere un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina-norepinefrina [...] Alcuni test clinici mostrano che è simile ad altri medicinali antidepressivi [...], ma non è mai stato effettuato alcun test su ampia scala delle sue proprietà psichiatriche negli esseri umani. Essendo un SNRI, la clorfenamina può essere utilizzata in farmaci generici come blando ansiolitico".

In effetti, a parte il fatto che mi toglie questo senso di faccia gonfia e congestionata, mi piace la sensazione di palpebra pesante che mi dà; e in questo stato di dormiveglia mi vengono idee interessantissime, ma credo di averlo già detto altrove.

Stasera ne prenderò un altro e stavolta giuro di prendere appunti, appena si aprono le porte della percezione, e di darvene conto quanto prima.

Peace&Love everybody.

lunedì 7 novembre 2011

Cose che ho imparato di recente

Non intendo parlare della mia città che ha nuovamente rischiato di finire a mollo, né mi interrogherò sul perché continuino a dare permessi per costruire a 20 metri da fiumi tendenti all'esondazione.  Capisco che ci fossero importanti interessi economici, ma lasciare che un centro commerciale, una caserma dei Vigili del Fuoco, e un nuovo quartiere (disegnato da un architetto con evidenti problemi di gastrite) vengano costruiti a poche centinaia di metri dal fiume forse forse potrebbe essere rischioso. Voglio dire, in provincia c'è un paese che si chiama Alluvioni Cambiò. Non so, questo nome non vi suggerisce nulla? Si dice che sbagliando si impara, ma è evidente che alcune persone non imparano mai dai propri errori. Forse perché non c'è un sistema per prenderli e condannarli ai lavori forzati finché non implorano pietà e non si pentono delle proprie malefatte.

Comunque, quel che più conta è che la vita è prodiga di insegnamenti, sapendoli cogliere.
Personalmente, negli ultimi tempi ho imparato molto.

Ho imparato che devo stare attenta a lanciare anatemi perché magari ci mettono un anno, ma immancabilmente arrivano a destinazione. E siccome la mia Tata mi ha insegnato che tutto torna indietro, il bene ma soprattutto il male che si compie, ho imparato che è meglio che trattenga le maledizioni, le occhiate fulminanti, le filippiche contro questo o quello e indirizzi mentalmente al mio prossimo solo ghirlande di fiori e cuoricini.
Ho anche imparato che il Karma è una forza potente e che esiste davvero, checché ne dicano i miscredenti.

Ho imparato che se esco con gli occhiali da sole in borsa, certamente pioverà; se porto solo l'ombrello uscirà il sole e andrò in giro strizzando gli occhi come Mr. Magoo; se porto entrambi sarà nuvoloso ma senza pioggia, però in compenso mi verrà male alla spalla visto il peso della borsa.
Collegato a quanto sopra, ho imparato che la legge di Murphy funziona sempre. Ma veramente sempre, mica tanto per dire.

Sto - faticosamente - imparando che non posso ottenere tutto e subito, ma che le conquiste più durature sono quelle sulle quali si lavora a lungo, con pazienza, che si delineano come un ricamo. Un pezzettino alla volta.

Che è esattamente il motivo per cui ho sempre odiato fare i puzzle, tanto per capirci.

mercoledì 19 ottobre 2011

Inizio di autunno



Quando ti svegli la mattina e ti accorgi che astronomicamente è ancora notte. Roba che nemmeno gli uccellini hanno tirato fuori il capino da sotto l'ala perché il cielo è ancora nero, e tu sei lì che ti prepari la colazione.
Quando in più ti senti come se uno schiacciasassi ti fosse ripetutamente passato sopra mentre correvi la maratona di New York, però stoicamente ti lavi e ti vesti.

Quando sei lì che aspetti che si scaldi il latte e intanto ti prepari il pranzo da portare via perché lavori in un posto abbandonato da Dio che non ha non dico una mensa, ché sarebbe anche troppo, ma nemmeno uno straccio di microonde dove scaldare il cibo. Perché l'ingegnere che probabilmente va a pranzo ogni giorno a spese dell'azienda dice che un microonde va contro alle norme sulla sicurezza.

Quando ti rendi conto che ti aspetta un lungo freddo inverno, con i contenitori delle colleghe impilati sui termosifoni per riuscire a renderne almeno tiepido il contenuto.

Quando nemmeno sei uscita di casa e già vorresti tornarci, rimetterti il pigiama, mangiare qualcosa di caldo bollente e scivolare nell'incoscienza per tutto il tempo che ti va.

Quando nonostante tutto esci, vai in ufficio, ti succedono mille piccoli contrattempi e senza accorgertene stai serrando la mascella e senti i denti che scricchiolano.

Quando sai che il sole è sorto perché fa così tutti i giorni,  ma è nascosto da una coltre di nubi grigie che nella loro uniformità ti fanno pensare a un coperchio lattiginoso messo sul mondo.

Quando sei circondata da edifici grigi, mobili grigi e persino il verde degli alberi è ingrigito.

Quando in ufficio scopri che il riscaldamento è ancora spento, e a quel punto speri quasi che ti venga la febbre a 40°, anzi, che venga a tutto l'ufficio, così la prossima volta si svegliano a chiamare i tecnici per tempo.

Quando, per cercare di ridurre la sensazione di gelo che penetra la carne e arriva fino alle ossa, nel giro di un'ora e mezzo ti sei già bevuta alla goccia due cappuccini, ustionandoti la lingua. Peccato che la sensazione di piacevole tepore duri al massimo mezz'ora, mentre sai già che l'eccesso di zuccheri si deporrà sui tuoi fianchi già rotondetti e lì resterà mesi. Forse anni.
Quando succede tutto ciò, ci sono delle domande che ti si affollano alla mente:

Chi ha deciso che bisogna lavorare dal mattino presto?
Anzi, chi ha deciso che bisogna lavorare?

Verrà il giorno in cui potrò impunemente mandare a fare in culo tutti?
Perché non sono nata alle Hawaii?
Dove si manda il curriculum per fare la mantenuta di un riccone?
Chissà se posso mettere il costo del dietologo a carico dell'azienda? E quello del dentista?

lunedì 26 settembre 2011

I can't get no satisfaction

Questo è uno di quei periodi in cui sono molto insoddisfatta.

Devo ammettere che ultimamente mi capita spesso, e, quando mi sento battagliera, inizio a immaginare di rivoluzionare la mia vita; dove per "rivoluzionare" intendo proprio rivoltarla come un calzino, radere tutto al suolo, spianare le montagne, dare fuoco a tutto e ricominciare da capo.
Però ci sono giorni in cui mi sento poco battagliera, tipo oggi; allora inizio a pormi una serie di limiti tipo:
Fino a che età si può fare una cosa del genere?
Sono ancora in tempo?
Questo periodo, data la congiuntura economica a dir poco negativa, non è proprio il momento migliore per buttare tutto all'aria.

Poi ripenso a come mi sono convinta che solo volendolo avrei potuto realizzare grandi cose. O per lo meno, che avrei potuto ottenere il meglio, tutto quello che desideravo, con solo un piccolo sforzo di volontà.
Ultimamente non riesco più a credere che sia vero, tutte balle e pubblicità ingannevole. La verità è che il Romanticismo ci ha rovinati. Maledetti Titani, maledetto Beethoven, maledetta Quinta Sinfonia, maledetto Goethe con le sue Affinità Elettive. La vita vissuta col cuore in mano fa male, fa schifo; è tutta questione di fortuna e non di talento, né di intelligenza, né di sensibilità. Anzi, molto meglio nascondere queste doti se si hanno, perché se no ti etichettano pure come "diverso", come "freak". Molto meglio essere conformi, medii, per non essere guardati con sospetto.    
                                
Sono insoddisfatta del mio lavoro. L'ho detto.
Sto attendendo l'evolversi della situazione ormai da mesi, sto iniziando a pensare di essere finita in una versione molto poco letteraria del Deserto dei Tartari. Aspetto, scruto con fiducia l'orizzonte, mi faccio i miei film in testa su come sarà il futuro, ma poi purtroppo a parte tante parole la situazione non cambia di una virgola.

Sono insoddisfatta anche della mia vita personale.
Anche lì, nuoto e nuoto e nuoto per venir fuori da un gorgo che è decisamente più forte di me, che non mi permette di uscirne e dirigermi, o almeno cercare di farlo, verso altri e più sereni lidi. Colpa mia, sia chiaro, che ho valutato male i rischi. O che ho omesso di valutare alcune variabili. Sta di fatto che oscillo da uno stato di anestesia in cui mi muovo nel mondo come una sonnambula, a uno stato di dolore diffuso che non posso continuare a imputare agli ormoni della PMS. Non è che posso raccontarmi la favola che a me dura 40 giorni al mese, suvvia, soprattutto dal momento che non ne ho mai sofferto, fino a qualche tempo fa.

In mezzo a questo inverno del nostro scontento, la mia sindrome di Pollyanna mi porta però a notare qualche nota positiva.

I miei amici sono speciali, ad esempio.
Sabato ho passato una bellissima serata, e non mi è pesato essere la sola single con 2 (e poi 3) coppie.
Siamo andati a cena, abbiamo mangiato bevuto, scherzato e riso. Poi siamo andati a sentire i Rad1 nel locale che ci ha visti crescere e che ora ci sta vedendo invecchiare.
Il gruppo suona bene, ci divertiamo, lo show è bello, voglio bene a tutti, rido e sono tranquilla.
E poi inaspettatamente il cantante acchiappa una chitarra e attacca l'intro di Nothing Else Matters. Io ho sempre avuto un problema con questa canzone, anche nel momento più felice della mia vita mi commuove. In questo preciso momento ha avuto un effetto devastante, le lacrime hanno iniziato a sgorgare senza che io riuscissi a far prevalere il pudore e a fermarle. Allora le ho lasciate andare, ed è stato alquanto liberatorio. Però appena finita la canzone sono corsa fuori, e senza bisogno nemmeno di un'occhiata, CìCì mi ha seguita per tenermi compagnia. Non mi ha fatto domande e non ne abbiamo parlato. Qui sta la grandezza degli amici veri. A loro non devo spiegare niente. 
Per questo li ringrazio tutti, li ringrazio di sopportarmi e di volermi bene per come sono, e di non giudicarmi, e di continuare a darmi buoni consigli pur sapendo che non riuscirò a seguirli.

Grazie.
Vi lovvo tutti.

giovedì 15 settembre 2011

Le gioie della maternità

No, no, tranquilli, non sono incinta.

Se lo fossi sarebbe come quella barzelletta: "Signora, ho qui i risultati dei suoi esami, ho un'ottima notizia!" "Veramente sono signorina" "Signorina, ho qui i risultati dei suoi esami, ho una pessima notizia..."

Però sto vivendo le gioie della maternità in modo coatto.
Nel mio stesso ufficio, separate da me da soli 5 scalini e un paio di armadi, ci sono:
- n. 3 mamme di figli in età scolare, alle quali, grazie a Dio, è passato l'entusiasmo da mo';
- n. 1 mamma di figlio 2-enne, la quale ha un lieve problema di logorrea, di tono di voce troppo alto, e di complesso di superiorità/delirio di onnipotenza, per cui quello che dice lei è la verità; costei da qui in avanti verrà rinominata Mamma Onnipotente;
- n. 1 mamma appena rientrata dalla maternità, che fortunatamente non ci sta ammorbando più del necessario
- n. 1 mamma in attesa, che si interfaccia per otto ore di fila, urlando, con la Mamma Onnipotente.

I loro discorsi, che io cerco senza successo di non sentire barricandomi dietro i miei auricolari dell'i-Pod, variano dalle tecniche usate dalla Mamma Onnipotente per inserire il pupo al nido senza traumi, al miglior modello di mutanda con panciera (che è quello usato dalla Mamma Onnipotente, ovviamente), a consistenza peso odore e colore di cacca/vomito o altre sostanze espulse dal suo tenero figlio 2-enne, e mille altri discorsi che hanno un solo fil rouge: l'essere madre, la massima aspirazione di ogni donna che possa dirsi veramente tale.

Ora, devo fare una confessione.
So che è una cosa che una donna dovrebbe tenere nascosta, o tutti penseranno che è un mostro, ma purtroppo io non posso più trattenermi, non posso più fingere. Ho deciso di fare outing: io non sono molto materna.
I bambini possono piacermi se sono carini e teneri, ma la maggior parte delle volte li farei arrosto perché urlano, mi corrono sui piedi e sono ineducati (colpa dei genitori, naturalmente, ma resta il fastidio). Non adoro i bambini in quanto tali, non condivido l'idea che siano tutti belli; mi piacciono o non mi piacciono esattamente come gli adulti.
Se tu sei la mia peggiore nemica, di tuo figlio non me ne fregherà niente, proprio come non mi frega niente di te; se sei una collega con cui ho scambiato 2 parole di numero in 3 anni, non verrò lì come fanno tutte le altre a fare le vocine al tuo neonato, perché se già tu che sai parlare sei poco interessante, figurati quanto mi interessa della tua afasica prole.
E non pensare che mi impietosisca mentre, di prima mattina, mi racconti il colore del vomito di tuo figlio mentre io vorrei solo bermi in santa pace il caffè. E a dirla proprio tutta, mi fanno accapponare la pelle e mi irritano i nervi quelle donne che, solo perché essendo donne devono avere l'istinto materno, si fiondano come galline impazzite su qualunque carrozzina urlando "Ma chi èèèè questo patatiiiiinooooo!!!", comportamento che, tra parentesi, trovo lesivo della dignità del neonato/bambino.
Capirete quindi come questa vita in un gineceo dove tutte parlano solo ed esclusivamente dei propri figli, e chi non ne ha ascolta compiaciuta, prendendo appunti, mi faccia sentire un po' un pesce fuor d'acqua, e rischi di portare le mie posizioni, già poco materne, alle estreme conseguenze.

Capirete anche che l'incontro con la mia nipotina veneziana mi mettesse un po' in apprensione. Voglio un bene dell'anima a sua madre, quindi di quella pupetta mi interessa, e se per caso le fossi stata antipatica? Poi sarò la sua madrina, e se poi piange tutto il tempo che la tengo io? Sarebbe orribile, e tutti capirebbero che io e i bambini non andiamo d'accordo.
Invece, nonostante il mio nervosismo, per fortuna è andato tutto bene; è una bambina adorabile, chiacchiera un sacco, ha dimostrato subito di essere parecchio sveglia, e domenica mi dava addirittura i bacini e le carezze.
Però che choc, e non solo perché la mia amica, quella con cui mi facevo la ceretta e i gavettoni, è diventata mamma. Il peggio è che a pranzo c'era una coppia di amici della Cicci che hanno due gemelli, e il padre non si è nemmeno presentato che ha cercato di mettermene in braccio uno. Aiuto! Da zero bambini a 3 bambini in pochissimi secondi!
Un pranzo con 5 adulti e 3 bambini poi è qualcosa di infinito e infinitamente difficoltoso. A parte me, nessuno è stato mai seduto più di 10 minuti. Ragazzi, mi sono scolata mezza bottiglia di prosecco per cercare di rilassarmi. Però è stato educativo, e ho il sospetto che la Cicci abbia organizzato tutto apposta come una sorta di terapia d'urto per me.

Fortunatamente ha rimediato a cena, dove c'erano anche adulti senza neonati, e soprattutto una meravigliosa signora che ha fatto la mia stessa università, che ha i capelli corti come piace a me, e che condivide tutti i miei pensieri sui bambini. Mi sono sentita meno un mostro, e ho pensato che credo di voler essere come lei, da grande; e che dopo tutto, se lei ha avuto figli e non li ha mangiati, forse un giorno potrò averli anche io.

Per il momento però un week-end al nido mi è bastato.

giovedì 1 settembre 2011

Il primo giorno dell'anno

Oggi è il primo di settembre.

Per me è come se fosse Capodanno, visto che alla mia veneranda età continuo a ragionare per anni scolastici; non so se è la mia conclamata sindrome di Peter Pan a parlare, o se l'imprinting dato da 13 anni di scuola sia indelebile per tutti; però forse è perché il Capodanno ufficiale non dà l'idea di uno stacco netto. Si passa da una giornata fredda, magari nevosa, a un'altra giornata fredda e magari nevosa.

Invece nel passaggio da agosto a settembre si vede la differenza: ieri era estate, oggi sono stata svegliata dallo scrosciare violento della pioggia; mentre ero in macchina alla volta dell'ufficio, mi sono cadute sul parabrezza un paio di foglie ingiallite; mancava solo che alla radio mettessero i Righeira, ma il messaggio era sufficientemente chiaro.

Insomma, inizia un nuovo anno.

Personalmente non sono tipo da fare buoni propositi, anche se solitamente di quest'epoca mi prende una certa ansia di rinnovamento. Quest'anno, sull'onda di quest'ansia, ho cambiato smartphone, approfittando biecamente del fatto che quello vecchio avesse perso un piccolo pezzo non essenziale.

Deve essere perché, nonostante non mi manchi affatto il liceo, né tantomeno i compagni di classe, né i professori (tranne forse un paio), insomma, nonostante non sia affatto una di quelle nostalgiche che vorrebbero ricominciare tutto da capo, mi mancano i libri nuovi e profumati di colla, con le pagine patinate ancora tutte da sottolineare. Lo so, è da malati, ma adoro i libri nuovi. Mi mancano i mucchietti di quaderni spiritosi e colorati; mi manca la Smemo ancora intonsa, come una tela vergine da pasticciare. Questo era il periodo in cui non vedevo l'ora che iniziasse la scuola, per poter aprire quei libri, scrivere su quei quaderni, ritrovarmi in classe con gli amici, che sono una delle poche cose che mi sono rimaste da allora e di cui non mi sono mai stancata.

Il problema, all'epoca, era che questo entusiasmo durava al massimo per la prima settimana, poi allora come oggi contavo i giorni che mi separavano dal 10 di giugno, quei libri che tanto mi attraevano mi sembravano delle catene. L'unica oasi di felicità erano la Smemo e gli amici. Quando non ci scannavamo per i turni delle interrogazioni.  

Il problema, oggi, è che invece di iniziare al contare i giorni dopo una settimana, inizio il primo giorno in cui rientro dalle ferie; secondariamente,  poiché fin dalla nascita non sento dire altro che "non esiste più la mezza stagione", credo di aver subito una sorta di lavaggio del cervello: il mio guardaroba non contiene praticamente vie di mezzo tra il prendisole e il piumino, tra i sandali e gli stivali, tra il morire di caldo e il morire di freddo, e il dilemma mi attanaglia la mattina, mentre, in mutande, osservo sconsolata l'armadio. Come se questa fissità nello sguardo potesse creare dal nulla il vestito perfetto. Come se ciò potesse fermare lo scorrere inesorabile del tempo.
Risultato: entro al lavoro costantemente in ritardo, e per giunta sembra che mi sia vestita al buio.


Tornerà l'estate, prima o poi.


lunedì 22 agosto 2011

Brutte sorprese - parte 2

Le vacanze sono finite. E già questa, di per sè, è una notizia che rovinerebbe la giornata a chiunque.

Se poi le vacanze sono state belle, divertenti, rilassanti, al di là di ogni più rosea aspettativa, il risultato è che mi ritrovo a sospirare, guardare nel vuoto, e immaginarmi su una spiaggia con una bottiglia di birra in mano e un bel libro.

Sono andata di nuovo in Puglia, vicino a Polignano, e dieci giorni non sono bastati per vedere tutti gli amici e tutti i posti. Mia sorella è rimasta incantata dai luoghi e dalla gentilezza diffusa delle persone. Dopo essere stata sia sul Gargano, sia in Salento, mi ha detto che quella zona compresa tra Bari e Ostuni è quella che le è piaciuta di più.

Dopo dieci giorni di mare, sole, cene di pesce e una mega festa divertentissima organizzata e animata dall'impareggiabile Amazzone; dopo dieci giorni durante i quali abbiamo anche trovato il tempo di andare a visitare Matera, le grotte di Castellana, Alberobello, Cisternino (dove abbiamo mangiato le mitiche bombette!), durante i quali abbiamo fatto fatica a trovare il tempo di andare in spiaggia subissati come eravamo dall'ospitalità squisita degli amici del posto; dopo aver anche fatto tappa nel feudo paterno, tanto per non farci mancare nulla, eccoci di ritorno nella rovente Pianura Padana.

Per prima cosa lasciate che io mi lamenti del tempo: allora, hai fatto fresco fino ad adesso. Potevi deciderti a sparare le utlime cartucce di afa diciamo la scorsa settimana, o quella ancora prima, che almeno io stavo al mare, in un hotel dotato di aria condizionata? Non ti basta il tormento che mi dà il tornare al lavoro? Perché vuoi punirmi con notti di umidiccia insonnia? Che ho fatto di male?

Seconda lamentela.

Mi hanno montato la porta nuova, blindata, bellissima. Manca ancora la maniglia e il buco che la ospiterà permette a chiunque di guardarmi dentro casa, ma insomma, quello è il meno.

Mi aspettavo la polvere, giuro, e sono grata del fatto che siano riusciti a metterla su benché fosse agosto. Quello che non mi aspettavo è che avessero ingaggiato Scemo & Più Scemo per montarla; torno a Milano, apro la porta nuova fiammante e:

  • Trovo il citofono staccato dal muro e penzolante (che, oltre a sbattere contro la porta quando la apro e la chiudo, mi rende disagevole accendere la luce);

  • Trovo calcinacci di varia natura, che non avrei dovuto buttare io;
  • Trovo una bella manata nera sul mio prezioso divano bianco;
  • Trovo tutti gli attrezzi dei muratori abbandonati lì a terra (dove dovrei metterli? Ma soprattutto, perché C***o non ve li siete portati via?);

Ma soprattutto, la cosa che più di tutte le precedenti mi ha mandato in bestia, conducendomi sull'orlo del pianto nervoso è: mi hanno fottuto il mio secchio del mocio, nuovo di pacca, usato una volta. Ho dovuto lavare a terra usando il lavello come secchio e le mie manine delicate come strizzatore.

Grazie, veramente, per avermi montato la porta in pieno agosto. Il mio cuore è pieno di riconoscenza.

Ma sarà meglio che non vi facciate vedere da me se venite a fare qualche altro lavoro, se no vi sputo in un occhio e vi copro di insulti.

martedì 2 agosto 2011

Brutte sorprese

Venerdì, tardo pomeriggio. Sapete quando uno arriva in fondo a una settimana di lavoro, ed è felice.
Io ero felice per essere sopravvissuta anche quella settimana, per le ferie che si avvicinavano a passo di carica, per il clima sereno ma non bollente. Per la previsione un fine settimana da passare a salutare gli amici prima delle vacanze.
In più, stranamente, niente  coda in tangenziale, niente coda in città, posto libero sotto casa. Una serie di circostanze estremamente fortunate, e già lì avrei dovuto sospettare qualcosa. Per la legge degli equilibri cosmici era logico supporre che tutta quella fortuna dovesse venire compensata da qualche grossa sfiga. A ripensarci, avrei dovuto comprare un gratta e vinci.

Passo davanti al bar tabacchi sotto casa, saluto il gestore e i clienti abituali, entro nel portone e salgo.

È stato solo nell'infilare la chiave che ho visto il danno alla porta: vicino alla serratura più bassa si vedeva il legno chiaro e pezzi di impiallacciatura giacevano sullo zerbino. Il primo pensiero è stato "non è vero, non è possibile". Mi sentivo come una statua di marmo, immobile e fredda. Provo a inserire la chiave nella serratura di sopra. Non gira. Provo quella di sotto. Non gira. Sono talmente impietrita dalla sorpresa che non mi tremano nemmeno le mani.
Il secondo pensiero è stato ovviamente "e mo' che cavolo faccio?". La cosa più logica era chiedere aiuto a qualcuno. Ecco, per fortuna che fumo e che compro le sigarette sempre nel bar tabacchi sotto casa. E per fortuna che c'è qualcosa nella natura degli uomini, anche in questi tempi bui, che li costringe a farsi in quattro se vedono una fanciulla sola in pericolo. Tutto il bar si è mobilitato, chi mi offriva un prosecco, chi riusciva a sbloccare la serratura superiore, chi chiamava un fabbro amico suo, mentre io attendevo i carabinieri e continuavo a pensare a cosa fare. Sì, perché in tutto questo si erano fatte le 20 del venerdì sera, io non riuscivo a entrare in casa, casa dentro la quale si trovavano alcune cose preziose e di famiglia (quindi insostituibili), e soprattutto le chiavi di casa di mia mamma. Mamma in montagna, sorella a Parma, fratello adottivo in Puglia, ero chiusa fuori da entrambe le mie case.
Il carabiniere, giovane e carino, è stato gentile e a tratti anche divertente, ma non ha potuto fare praticamente nulla a parte notare che la porta aveva retto e che non erano decisamente dei professionisti (per mia fortuna), probabilmente degli zingari. Il fabbro ha tribolato mezz'ora prima di riuscire ad aprire la porta, che, tanto perché sia chiaro, non è certo una porta blindata, e io l'ho sempre disdegnata pensando che sarebbe bastato soffiare molto forte per aprirla. E invece ha fatto il suo lavoro più che degnamente. R.I.P., cara porta di cartonlegno caduta sul campo, e grazie per non aver ceduto; per piacere, resisti ancora un po'. Nel mentre io, ormai incurante della gonna bianca, stavo seduta sulle scale a guardarlo sudare e dentro di me lanciavo le peggiori maledizioni alla volta dei bastardi infami che mi hanno fatto 'sto casino. E spero che le mie maledizioni siano arrivate a destinazione. Che venga loro qualche malattia rara ma non infettiva, che le loro facce si ricoprano di orrende pustole giganti multicolore e che in tal modo siano marchiati dalla mia maledizione e non possano passare inosservati. E spero che qualcuno si prenda un paio d'ore per gonfiarli sistematicamente di mazzate.

Una volta aperto, pagato il fabbro, l'ultimo passo è stato scendere a ringraziare la gente del bar per l'aiuto e il sostegno, e infine riuscire a liberarsi del vicino di pianerottolo che ripetendo come un mantra "Non è che io sia invadente", voleva sapere tutto di me e mi dava consigli a di poco surreali su come evitare le visite dei topi di appartamento, mentre io volevo solo chiudergli in faccia ciò che restava della porta, girare la chiave dell'unica serratura miracolosamente scampata allo scempio, e, una volta puntellata la porta con l'asse da stiro, fare finalmente pipì.
Un consiglio spassionato: mai bere prosecco a stomaco vuoto quando non sai se riuscirai a entrare in casa a breve.

È passata ormai una settimana e mezza, sono a casa di mia madre in ferie e il mio pensiero corre verso Milano, chiedendomi se troverò ancora il televisore (unico oggetto rimasto da rubare) quando tornerò. Avrò presto una porta blindata, si spera in settimana, ma non so quando, se ne sta occupando il proprietario e sfortunatamente il fatto che sia agosto non aiuta a velocizzare la cosa.

Credo che domani farò un salto per controllare che sia ancora tutto sotto controllo, sperando di non trovare altre brutte sorprese. Speriamo.


mercoledì 20 luglio 2011

Quando una persona ci tiene davvero

Dialogo appena avvenuto tra Effe e Big.

Effe scrive:
e poi essimi grato del fatto che cerco di mantenere attive le tue celluline grigie
senza di me saresti una specie di vegetale
saresti come rocky (non il pugile, la creatura di frank'n'further)
saresti come wilson (non l'amico di house, ma la palla da volley di tom hanks)
saresti come cita per tarzan
mi sei grato?

Big scrive:
da morire

Effe scrive:
nel senso che ti ho spinto al suicidio in 4 righe?

Big scrive:
esatto
ora dammi un momento che sto cercando qcs x avvelenarmi

Perché io a lui ci tengo.

lunedì 11 luglio 2011

Chi non muore si rivede

Mi spiace, lo so che sono sparita, lasciando un debito di 3-4 post su richiesta, peraltro.

È che il lavoro si è decuplicato, la sera sono troppo stanca anche solo per pensare, figuriamoci mettere in fila i pensieri.


Che poi, confessiamolo, i pensieri che riesco a partorire tra le 19 e le 23.30 della sera sono:

- Dovrei fare yoga ma non ne ho voglia
- Cosa mangio?
- Sto morendo di fame
- Dovrei telefonare a amici/parenti, ma ho troppa fame
- Certo che quello di The Mentalist è proprio figo.
- Forse un piatto di pasta? O un'insalata?
- Certo che però quell'attore deve essere un nano
- Miracoli dei registi
- Non c'è niente di decente in tv
- Però questo documentario sul pedofilo seriale americano alla fine è decente
- Meglio che vada a dormire, ma muovere già solo un dito mi affatica mortalmente, forse dormo sul divano
- No, devo struccarmi, se no mi si invecchia la pelle. (Aaah, l'estetica, il vero motore del mondo).

Ora, a parte averlo appena fatto, come posso scrivere una simile serie di stronzate sul mio blog?

Ed ecco una delle due ragioni per cui sono stata felicissima di ricevere un invito da S. E. Massimo Decimo Meridio il Grigliatore in persona, per la grigliata inaugurale del suo nuovo barbecue: ho potuto raccogliere un po' di materiale per alimentare la falda di questo mio piccolo pozzo.
L'altro motivo, inutile dirlo, è godersi una Grigliata Perfetta in ottima compagnia.

I legionari Ticket One, Supposta e la Sottoscritta si sono avviati alla volta di A. B. (ridente paesino non troppo distante dalla City) sotto un sole già canicolare, con cappa di afa e tutto il resto.
Siamo giunti seguendo i segnali di fumo che, a mo' di stella cometa, si innalzavano profumati al di sopra del giardino, e ad accoglierci con la famiglia e gli amici dell'Ispanico, l'immancabile Principessa (che sfoggiava un paio di orecchini meravigliosi).
Nonostante la caldazza che non ci abbandonava nemmeno a quelle altezze, tutta la nostra legione sudaticcia, armata solo di forchetta e coltello e con l'aiuto di abbondanti libagioni di birra e vino, ha sconfitto orde di costolette, di salamelle giganti, di grassi tomini, di bruschette ricoperte di colonne pericolanti di pomodorini, e ha anche respinto l'ultimo attacco portato dalla Macedonia.

Annientato il nemico, abbiamo salutato la vittoria con caffè e amari sventagliandoci all'ombra, e ognuno si è dedicato all'attività preferita. Chi si è messo a commerciare in gioielli (personalmente ho acquistato una collana/braccialetto realizzato dalla sorella della Principessa, per il quale ho già incassato moltissimi complimenti), chi a giocare a carte, chi ha vanamente cercato di smaltire parte delle calorie ingurgitate in una folle partita di calcio 2 contro 2 sotto il sole cocente. C'è anche stato un omaggio alle tradizioni celtiche con una partita di lancio del tronco (allo scopo ufficiale di recuperare il pallone incastrato fra i rami).

La famiglia Meridio è meravigliosamente ospitale, una brezza fresca, finalmente, ci teneva compagnia, ed è stato estremamente difficile rendersi conto che era l'ora di togliere il disturbo. Ma abbiamo minacciato di tornare presto a trovarli, e da veri eroi della grigliata, non se lo sono fatto ripetere e hanno prontamente raccolto la sfida.

Per concludere, un pubblico ringraziamento:

Al Grigliatore, per l'invito e per aver allegato alla e-mail una delle photoshoppate di cui vado più fiera, cioè la sua effigie; e perché è stata indubbiamente una Grigliata Perfetta.
Alla Principessa che è sempre di una carineria che non ci si crede.
A Mamma e Papà Meridio, che sono due fenomeni.
Alla Gioielliera che crea delle cosine originali e di ottimo gusto (devo farle un sacco di pubblicità, perché è veramente bravissima).
Alla Legione Brianzola tutta, per averci fatto passare una splendida giornata.
Infine, ultimi ma non meno importanti, grazie per la compagnia all'amico Ticket One e all'amico (posso definirlo "amico" dopo tre anni di "conoscenza"?) Supposta, compagni di viaggio sempre divertenti.

giovedì 9 giugno 2011

È la dura legge del Karma

Il karma è un "principio universale" secondo il quale un' "azione virtuosa volontaria" (che non produce sofferenza, chè etica orientale è quasi tutta al negativo, per cui massimo Bene non è fare bensì astenersi per quanto possibile da ogni fare, anche buono) genera benefici in questa vita o nelle vite successive, mentre un'azione "non virtuosa volontaria" (che produce sofferenza) genera malessere e disagi in questa vita o nelle vite successive.

Fontehttp://it.wikipedia.org/wiki/Karma



Va bene, Karma.
Ho capito.
Cercherò di evitare di commettere azioni non virtuose.
Messaggio ricevuto.

Ora, possiamo dare un colpo di spugna sul passato magari? Se no almeno fammi sapere come posso fare per riequilibrare le cose. Non so, metti sulla mia strada una vecchietta in difficoltà in modo che possa aiutarla, dammi un gattino randagio da sfamare (tieni però conto che non posso tenerlo in casa, quindi dovresti fare in modo che si trattasse di incontro fortuito, casuale e non ripetitivo); ci sono mille modi in cui posso accumulare punti di positività, perché non cerchi di darmene la possibilità?

Posso spingermi addirittura a promettere di cercare di evitare cattivi pensieri. Puoi apprezzare lo sforzo? Anni di addestramento al cinismo non possono cancellarsi con un colpo di spugna.

Che poi, comunque, non mi sembra giusto da parte tua. Non serve a niente che io sia in fondo una persona buona e compassionevole? Le mie parole e qualche sporadica azione non virtuosa non possono pesare più dell'essenza profonda del mio essere! Insomma, caro Karma, lo so che sei stanco perché a differenza di Babbo Natale tu sei in servizio a premiare i buoni e punire i cattivi 365 giorni all'anno, ma non puoi essere così severo. Offrirti una vacanza potrebbe essere un buon modo per fare la pace?

E, ci tengo a dirlo, lo faccio per pura solidarietà, non è assolutamente un tentativo di corruzione.

lunedì 6 giugno 2011

Facciamoci del male


Lo sapevo. Dopo quattro anni che lavoro nella mia azienda, per la prima volta ho preso un giorno di ferie per fare il ponte.

Sappiamo tutti com'è andata: nubi, piogge torrenziali e ininterrotte, allagamenti, le trombe dell'Apocalisse eccetera. Essendo il primo ponte che faccio, in assoluto, sono pronta ad assumermi la responsabilità per quanto è accaduto.
Personalmente ho fregato il maltempo, visto che a differenza di tutti i milanesi che sono andati via dalla città per rilassarsi (in coda) durante il viaggio in autostrada e (sempre in coda e sotto la pioggia) in qualche ridente località balneare, il mio piano per il ponte era di starmene nella mia mini casa senza porte, pulirla a fondo e poi leggere, ammazzarmi di film e telefilm e dormire saporitamente. Quindi che tempo facesse fuori mi interessava relativamente poco, se non in funzione dell'asciugatura del bucato.

Mi sono preparata come una vera professionista del divano. Lunedì scorso ho ordinato online alcuni libri e alcuni DVD, tra i quali la prima stagione di Ally McBeal. D'accordo, è un po' datato, lei indossa scarpe a dir poco orripilanti e ha dei capelli penosi, però era in offerta, mi era salita la scimmia e dovevo comprarlo e alla fine mi sono ritrovata a ridere di gusto mentre lo guardavo.
Cioè, a dire la verità ridevo nei momenti in cui non mi sentivo terribilmente sconfortata per:
  1. l'età: Ally si sente vecchia e ha 27 anni. VENTISETTE, capite? Lei ci ha messo 5 stagioni a trovare Larry, sono già in ritardo!
  2. La storia sempre presente ma sempre abortita con Billy, amore di gioventù a lungo perso di vista ma mai dimenticato. Purtroppo nonostante abbia rivisto solo la prima stagione, so come va a finire, e so che anche io come lei non ho speranza.
  3. Il modo di fare sempre totalmente irrazionale e sopra le righe. Devo chiedere agli amici se anche io sono così, e se i sì saranno più dei no prometto che mi faccio ricoverare, prima di iniziare a vedere bambini in pannolone o anziane popstar.
Come se questo non bastasse, tanto per tirarmi su di morale tra una puntata e l'altra di Ally, leggevo, nell'ordine: "Il palio delle contrade morte" di Fruttero & Lucentini: già dal titolo si evince che non è esattamente un libro comico. Non è nemmeno allegro, a dirla tutta. In più non sono sicura che mi sia piaciuto, lo sto ancora digerendo; "Le Braci" di Sándor Márai. Bellissimo. E tristissimo, ho pianto senza riuscire a smettere e l'ho letto senza riuscire a smettere. Infine, tanto per dormire sonni tranquilli, ieri sera ho iniziato "Questo buio feroce - Storia della mia morte" di Harold Brodkey: l'autobiografia degli ultimi mesi di vita dello scrittore del New Yorker, dal momento in cui scopre di essere malato di AIDS. È bello, ma non so perchè mi sta angosciando.

Comunque non preoccupatevi per me. Per fortuna abito al primo piano...

martedì 17 maggio 2011

De Amicitia (et De Amicis - quello di "Cuore")

Sabato la mia amica Turbogirl si sposa.
Convola a giuste nozze, si fa mettere definitivamente il cappio al collo.
Tornate da Roma, Coscienza ed io ci siamo precipitate a Genova per il suo addio al nubilato, e, tralasciando momentaneamente  le conseguenze  nefaste sul nostro stato fisico e mentale di questo tour-de-force, non riesco a smettere di essere emozionata e a tratti incredula.
Mi sembra una cosa strana, perché crescendo insieme dalla prima elementare io vedo sia lei che me stessa  poco diverse dalle bambine con la cartella di Barbie e il grembiule bianco che eravamo allora. Invece evidentemente siamo cresciute, visto che si sposa, e che io sarò seduta poco dietro di lei, al posto dei testimoni, con il Maestro suo fratello.
Proprio come alle elementari, in effetti, quando lei, più piccolina, veniva sempre messa in prima fila, e il Maestro ed io dietro, insieme ai più alti. Il risultato è che siamo riuscite ad essere compagne di banco solo in prima e seconda, perché il nostro mitico e indimenticato maestro Ch. disponeva la classe in base alle amicizie e non in base al più razionale metodo dell'altezza applicato poi dalla nuova maestra Silvana.
Al maestro Ch. dobbiamo la nostra indissolubile amicizia. 
Ricordo il primo giorno di scuola (scuola E. De Amicis) come se fosse successo l'altro ieri, ricordo esattamente l'odore dell'edificio,  ricordo che stranamente io non ero agitata e non ero preoccupata per il distacco anche se era la prima volta che mi avventuravo fuori dal nucleo familiare. Direi che il sentimento prevalente era di curiosità, e soprattutto volevo imparare a leggere e a scrivere. 
Ci avevano radunati tutti nella palestra della scuola, bambini e genitori, la direttrice fece un discorsetto che io non ascoltai, mentre mi guardavo in giro. Notai subito quella bambina con i capelli biondi e lunghissimi, che aveva la cartella blu di Barbie. La mia era bianca e rosa, e credo fossimo le uniche in tutta la scuola ad averle. Anni dopo, mi disse che anche lei mi aveva notata per lo stesso motivo; quindi un doveroso ringraziamento va anche alla nostra bambola preferita.
Comunque, i genitori ci accompagnarono in classe e poi se ne andarono, e non so perché ma mi sembrò perfettamente naturale che quella bambina con la cartella di Barbie fosse nella mia stessa classe; ricordo Elisa, successivamente mia rivale in amore, che piangeva come una fontana e non voleva lasciare andare sua mamma e ricordo che lo trovai un comportamento imbarazzante per una della nostra età; io finii vicino a un'altra bambina e cercai di vincere la timidezza e socializzare. Mi piaceva la scuola, fin lì.
Poi venne l'intervallo, e il maestro ci disse di metterci in fila per due per andare in bagno. Io davo per scontato di mettermi in fila con la mia compagna di banco, ma lei, traditrice, banderuola, fedifraga, si mise con un'altra bambina e io rimasi sola. Allora il maestro mi prese e mi fece mettere in fila con Turbogirl, e da allora siamo state più o meno inseparabili. Lei fu la prima a darmi il diminutivo che ancora oggi tutti usano, perché il mio nome era troppo lungo.  Abbiamo fatto tutto insieme tutte le scuole, le lezioni di danza, di piano, il conservatorio, il liceo. Se lei non era a casa mia, io ero a casa sua. Quando c'è stato l'alluvione nel '94 abbiamo passato una settimana in pigiama, insieme 24 ore su 24 a giocare con il vecchio Commodore 64, a scrivere sui rispettivi diari, a raccontarci le cotte più o meno segrete. Mi vergogno un po' a dirlo, visto il disastro che ci circondava, ma è stato uno dei periodi più felici della mia vita. 

In definitiva, sono stata fortunata. Io volevo solo che mi insegnassero a leggere, e invece mi sono ritrovata una sorella aggiuntiva in omaggio, con tutta la famiglia.
E, onestamente, non trovo imbarazzante che ci siamo conosciute perchè dovevamo andare in bagno a fare la pipì insieme. In fondo si sa che gli amici si vedono nel momento del bisogno. 

giovedì 5 maggio 2011

Chattanooga choo-choo

Ho studiato a Venezia, e per anni sono stata costretta a percorrere lunghi tratti d'Italia in treno.

Avanti e indietro.
Avanti e indietro.
Da Ovest ad Est e ritorno.

Il viaggio tipo era: in macchina, portata da qualche anima pia, fino a Voghera, poi da lì allora c'era un treno proveniente da Savona o La Spezia e che, senza cambi, arrivava direttamente in laguna. Poi qualche cervellone delle FS ha pensato di sopprimere tutti i treni dalla Liguria a Venezia, costringendomi a cambiare a Milano. Poco male, se non che i treni che provengono dalla Liguria sono sempre perennemente in ritardo di almeno 10 minuti, quindi dopo aver perso la coincidenza un paio di volte, mi sono rassegnata ad aumentare il tempo di percorrenza di un'ora. Un'ora infinita, di attesa nella squallidissima sala d'aspetto della stazione Centrale, sentendomi catapultata in un film sulla Grande Depressione: i lampioni liberty con i globi illuminati con una luce giallastra, il marmo color senape, i barboni, i passeggeri in attesa che sembravano sempre dei migranti italiani in cerca di fortuna.

Poi di solito salivo su un altro treno intercity puzzolente, rischiando 9 su 10 di farmi il viaggio in piedi, di dover percorrere 3 carrozze per trovare una toilette agibile, di morire di caldo d'estate e di freddo d'inverno.



Questo naturalmente quando tutto filava liscio e il treno non si decomponeva durante il tragitto, costringendoci a soste bollenti in mezzo alla campagna veneta sotto il sole di luglio, quando non c'erano scioperi, quando le linee aeree non venivano tranciate, quando insomma non si verificava nessuno di quei fantasiosi imprevisti che qualsiasi pendolare può elencare.

Per farla breve, ho sempre detestato viaggiare in treno, e, appena sono diventata automunita, le FS sono diventate l'ultima ratio prima del "vado a piedi", infatti fino a due settimane fa non avevo più messo piede a Centrale da almeno quattro anni. E cosa trovo? Hanno trasformato la stazione in una specie di paradiso per shopping addicted, l'hanno rimodernata, pulita, dotata di rampe mobili e di qualsiasi negozio monomarca che la fantasia possa suggerire. L'hanno resa un posto praticamente piacevole, specialmente se devi aspettare una coincidenza per un'ora e hai esaurito tutti i passatempi dopo appena 15 minuti.

Oggi invece sono a bordo di un nuovissimo Freccia Rossa alla volta della Capitale. Questo treno non puzza, è nuovo, c'è un omino che fa su e giù col compito di pulire le toilettes a ciclo continuo. Insomma, non è più quel carro bestiame al quale ero abituata. In più, per fortuna ho portato il netbook e il blackberry, se no mi sentirei un pesce fuor d'acqua. Su 8 persone me inclusa, 5 hanno estratto il pc appena saliti a bordo, 3 l'iPhone, 3 il blackberry. Uno non la smette di fare telefonate rigorosamente di lavoro, ma fortunatamente è educato e parla a voce bassa. Un'altra ha messo il suono del campanello della bici per i messaggi sul BB, e giuro che al prossimo glielo prendo e vado a gettarlo nel pulitissimo gabinetto di bordo. Se non fosse per questa deliziosa signora, che per inciso, sbadigliando senza alcun ritegno, mi ha appena mostrato il lavoro del suo dentista in ogni suo dettaglio, avrei anche potuto ricredermi sul viaggiare in treno.


lunedì 2 maggio 2011

Mille ce n'è, nel mio cuore di fiabe da narrar

Finalmente Aprile è finito ma non sono finiti i post di compleanno.


Con colpevole ritardo dovuto alla maledettissima fatturazione che mi ha impedito di compiere il mio dovere di cronista mondana dei VIP apulo-milanesi, oggi è il gran giorno in cui celebrerò come merita un altro compleanno eccellente.

Ieri sera si è conclusa la settimana di festeggiamenti per il compleanno dell'Amazzone con un happy hour casalingo che avrebbe fatto invidia a molti bar milanesi per quantità e qualità elevatissima.
In effetti mi aspettavo almeno due fuochi d'artificio che informassero dell'evento anche i milanesi non invitati, ma tant'è, ci accontentiamo.
C'è stato anche un tentativo di abbordaggio di Sfinge da parte della festeggiata, tentativo pateticamente mascherato da involontaria perdita di equilibrio.


Devo confessare che con questo suo modo di prolungare i festeggiamenti, l'Amazzone è per me come una Grimm in gonnella: mi ha fatto tornare in mente le fiabe, mi ha fatto tornare bambina.

Quando ero piccola la mia mamma mi leggeva spesso una fiaba prima di addormentarmi, e ricordo distintamente che in tutte quelle dove si doveva festeggiare qualcosa (dalla nascita dell'erede al trono al matrimonio del principe con la principessa), il Re decretava festa in tutto il Reame e i festeggiamenti andavano avanti "in pompa magna" (espressione che sogno di usare da allora) per una-due settimane almeno. Ecco, lei è come una Regina.

Ancora non la conoscevo, l'Amazzone, e già mi si narravano epici addii al nubilato. Sì, addii al plurale, perchè uno non bastava mica per festeggiare un tale portentoso evento! In effetti non ne sono bastati neppure due; poi dài, si sa che non c'è due senza tre, e alla fine ci aveva preso talmente tanto gusto che siamo arrivati a quota quattro. Poi per fortuna si è sposata e ha dovuto smettere, ma la Bucaniera temeva fortemente che avrebbe rimandato le nozze a data da destinarsi pur di poter continuare a organizzarsi addii al nubilato a ciclo continuo.

L'Amazzone non è persona che passi inosservata. Se anche si trovasse in una stanza con mille persone riuscirebbe a catalizzare l'attenzione di tutti. Sicuramente il fatto che non sia esattamente uno scricciolo la aiuta, ma ancora di più credo dipenda dal tono della voce. È una di quelle persone che potrebbero evitare di telefonare e limitarsi ad aprire le finestre e chiamare.

Una volta siamo andate al cinema a vedere "Mangia, prega, ama" in lingua originale e la sala era naturalmente gremita di composti e silenziosi stranieri. Noi abbiamo iniziato a mostrarci italiane fin da subito parlottando fra noi, solo che la Amazzone non è in grado di sussurrare: il suo sussurro corrisponde al mio "ad alta voce". All'apparire di Luca Argentero insegnante di italiano di Julia Roberts, non ci ha manco più provato a parlare piano, ma se ne è uscita con un "Moooo', certo, una viene in Italia e come tutor le capita Luca Argentero! M. - rivolgendosi alla sua coinquilina americana - tu hai mai avuto uno come Luca Argentero a insegnarti l'italiano?"; e, dopo aver commentato varie altre scene del film, mentre la Ballerina ed io cercavamo di diventare un tutt'uno con la poltrona per sfuggire gli sguardi di riprovazione degli altri silenziosissimi spettatori, è sbottata all'apparizione di Javier Bardem, suo sex symbol per antonomasia: "Oh, giovani, l'anno prossimo tutte in vacanza a Bali! Vedi che lì esci di casa e trovi Javier Bardem! Noi uscivamo dal trullo e chi vedevamo? Sfinge!".
Devo dire che quella sera, dopo tante soddisfazioni, mi ha dato una piccola delusione.
Uscendo dal cinema, dopo aver visto Julia che si scofanava una bacinella di spaghetti al sugo che manco Alberto Sordi, con lo stomaco che brontolava e l'acquolina in bocca, ho proposto di andare a mangiarci una cosa, sicura che non avrei ricevuto l'appoggio della Ballerina, ma che avrei certamente avuto l'appoggio dall'Amazzone, sì, perché ci accomuna una passione quasi erotica per il cibo. E invece, lei, proprio lei, mi risponde: "Mah, guarda, io onestamente non ho molta fame, dopo i pop corn mi sento proprio a posto, e poi ultimamente sto mangiando meno, mi si deve essere rimpicciolito lo stomaco".
No. Non è possibile. Ho perso la mia socia, ho pensato. Il tutto, oltre a sentire ovviamente una certa vergogna per essere l'unica ad aver conservato questa abitudine estremamente volgare di mangiare. Dopo questo ci siamo separate.
Tempo dopo, la Bucaniera mi ha chiesto com'è andata la serata, e io le ho raccontato tutto per filo e per segno, incluso il finale di serata che mi ha messo in imbarazzo. E lei scoppiando a ridere: "Ma che popcorn, quella alle 7, prima di uscire dall'ufficio, si è mangiata le polpette al sugo!

Auguri Amazzone, che la vita ti sia dolce come un bigné e ti soddisfi come un'ostrica sugosa e che ti inebrii come un buon vino rosso della tua terra di Puglia.

mercoledì 27 aprile 2011

Incontri Ravvicinati

Lo so, ormai scrivo solo post di auguri e sembro una cartoleria virtuale. Ma non solo non ho mai tempo di scrivere, soprattutto c'è troppa gente che compie gli anni ad Aprile.



CìCì, dalle iniziali, altrimenti detta "La Dietrologa" (con la erre, ché Dietologa non sarebbe minimamente adatto a lei), il cui nome indiano è "Colei - che - porta - la - frangia - nei - secoli - dei - secoli", è mia amica da talmente tanti anni che ormai ho perso il conto.

Perché la Dietrologa? Perché se c'è una qualche teoria cospirativa fantasiosa e impossibile da provare su un qualunque avvenimento (il complotto dietro all'attacco alle Torri Gemelle, gli angeli custodi di Rosemary Altea, le perfide multinazionali che bloccano il progresso dell'umanità, la morte di Paul McCartney, Roswell e l'area 51, insomma, le teorie su cui Roberto Giacobbo ha basato la propria carriera), sicuramente lei la conosce e la appoggia, o è per lo meno possibilista in merito.

Il nome indiano è invece evidentemente dovuto alla pettinatura che è la stessa da anni, e non c'è verso di farle sperimentare qualcosa di nuovo. Prove fotografiche indicano che già ai tempi della prima comunione aveva la frangetta, che nel frattempo è cresciuta con lei. C'è chi mormora che ci sia nata, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di chiederlo a sua madre.

Altra caratteristica fondamentale è la totale mancanza di senso del tempo e dello spazio, questo perché ritiene entrambi una risorsa infinita. In effetti volevo ispirarmi alla Wertmüller e intitolare il post "Incontri ravvicinati che non sono mai avvenuti perché CìCì doveva farsi la piega alla frangia", solo che non ci stava. Da quando la conosco le volte in cui è stata puntuale si possono contare su una mano, anche perché tende a perdersi nella sua stessa città (l'ho detto, ha problemi col tempo e con lo spazio... E quando scopriranno la 4a dimensione c'è da scommettere che avrà dei problemi pure con quella). Eppure, incredibilmente, è quella del nostro gruppo che ha viaggiato più di tutti, e non si sa come è sempre riuscita a tornare a casa. Credi di conoscerla, eppure tira fuori risorse inaspettate.

Ma soprattutto lei è la soccorritrice degli infermi dell'anima, la spalla su cui piangere, la consolatrice degli afflitti, al punto che ho imparato che se non voglio scocciature guardo da che parte si dirige lei, capisco che c'è qualche guaio/polemica/lite/problema, e mi dirigo dalla parte opposta, sicura di allontanarmi dall'occhio del ciclone.
Però so anche che se ho un problema o un tarlo posso parlarne con lei, che saprà tenere la bocca chiusa sui miei segreti inconfessabili, non mi giudicherà, mi darà consigli sensati e si schiererà sempre dalla mia parte cercando una qualche fantasiosa giustificazione a qualunque cazzata io faccia; e, qualora la situazione lo richieda, si offrirà di spezzare gambe e/o strappare organi vitali a mani nude a chiunque mi abbia fatto un torto (o chiunque lei ritenga me l'abbia fatto); e non lo farà per lusingarmi ma perché ci crede veramente. È, insomma, un'amica preziosa, anche se - o proprio perché - siamo diverse. Lei esplode, laddove io implodo; io sono sul genere Penelope-che-tesse-la-tela, lei è tipo Giovanna d'Arco, o Don Chisciotte, in certi momenti vede rosso e parte al galoppo, lancia in resta, e tutto travolge con occhi fiammeggianti. Ricordo che una volta, al liceo, mi ha fatto una filippica infinita cercando di convincermi di una cosa sulla quale le avevo dato ragione fin dall'inizio, tanto per dire. Oppure, per citare episodi più recenti, è stata l'unica di un intero treno ad avere il rimborso del biglietto immediatamente e in contanti. Credo che il bigliettaio abbia ancora gli incubi al pensiero, forse è andato in pensione anticipata, potrebbe anche aver sviluppato una sindrome da stress post-traumatico. Caro bigliettaio, se mi leggi, sappi che non è cattiva, bisogna solo saperla prendere, ed è certamente meglio averla come amica che come nemica.

CìCì, è bello avere un'amica come te al mondo, ti voglio bene e sono fortunata perché so che ci saremo sempre l'una per l'altra. Perciò ti auguro il miglior compleanno che tu possa desiderare, e che il tuo XXesimo anno ti porti solo il meglio.


martedì 12 aprile 2011

Giovani Bucaniere Crescono

Già, fuori una, via l'altra, oggi tocca alla Bucaniera.
Aprile è gettonatissimo per le nascite, evidentemente.

L'esemplare di "Amica di Effe che compie gli anni oggi" di cui parliamo oggi è la Bucaniera.
Spero che sarà ancora "Amica di Effe" dopo questo post.

La Bucaniera è un bel donnino energico. La sua terra d'origine è l'assolata Sicilia, della quale ha lievissimamente mantenuto l'accento, oltre all'uso dell'intercalare "minchia".
Chi non la conosce potrebbe prendere certi suoi modi di fare come un po' scostanti; quando si trova sul luogo di lavoro e "minchia, non ha nemmeno il tempo di grattarsi la testa", ad esempio, potrebbe rispondere con un grugnito a un vostro squillante "Buongiorno". O potrebbe non rispondere affatto, dipende.
Oppure, se siete tutti insieme a una festa di compleanno, è possibile (se è automunita) che se ne vada prima della torta e prima dell'apertura dei regali, dicendo "Mi sòno scocciata, io vado". Inutile insistere.
Oppure, potrebbe avervi invitati a cena a casa sua, e mentre voi siete lì, intorno al tavolo, a discutere del sesso degli angeli, lei potrebbe andare in bagno, prendere il detergente, e iniziare a struccarsi mentre parla con voi. Poi potrebbe andare in camera e tornare con addosso uno dei suoi famosi pigiamini vedo-vedo. E, se voi ancora vi attardate, potrebbe diventare esplicita. "Ora vi butto fuori, perché ci ho sonno. Sfinge, portami giù la spazzatura che mi fete". Tanto per dire.

Ma è tutta scena, in realtà ha un cuore d'oro.
Come faccio a saperlo?  Lo dimostra sempre.

Tanto per essere un po' autoreferenziale è stata una delle prime sostenitrici di Pure Well Water, oltre a essere una delle pochissime ardite a postare commenti, e a commentare anche a voce "Effe, non ho capito una minchia, ma chi è 'stu Lenny?".
A lei devo indubbiamente l'ispirazione per moltissimi post, alle cene del martedì organizzate a casa sua, alle discussioni nate intorno al suo tavolo, alle innumerevoli bottiglie di vino scolate, ai pigiama party.
Lei è stata il catalizzatore che ha raggruppato il nostro gruppetto.
Senza di lei non conoscerei la Ballerina, l'Amazzone, Sfinge, Ticket One, Supposta, e senza di loro non conoscerei un sacco di altre persone.

Infine, la prova provata del fatto che non è una donna, ma una santa. È votata al martirio.
Non si sa come sia successo, ma la santa donna si è presa un bel fardello. Si è presa il mio amico Ingegnere. Inutile cercare di capire come sia possibile.
Io ritengo abbia deciso di espiare le colpe commesse nelle precedenti  8-9 vite (non meno).
CìCì, la solita dietrologa, ritiene che debba aver sbattuto forte la testa facendo rafting.
Tutti gli altri non si esprimono se non per dire "Certo che voi due siete una scommessa persa".

Quale che sia il motivo, le siamo tutti vicini.
E oggi ci stringiamo intorno a lei per farle tanti tanti tanti auguri per il suo compleanno.
Ti auguro che tutto ciò che desideri diventi realtà (soprattutto quella storia del vincere la lotteria...)!