lunedì 29 novembre 2010

Schizofrenici del sabato sera

Il primo anno che abitavo qui, volendo festeggiare il mio compleanno con gli amici che venivano in visita, ho chiesto consiglio all'ormai milanesizzato amico A.
Mi ha consolato il fatto che anche lui si sia rivolto a un suo collega per avere suggerimenti. Collega che voleva farmi conoscere, che mi aveva descritto come l'uomo perfetto "è pieno di interessi, pensa, balla il tango, sono sicuro che ti piacerebbe un sacco". Comunque, il provvidenziale collega ha suggerito due posti, uno troppo lontano (vicino a casa di A.) e pertanto caduto immediatamente nel dimenticatoio, l'altro, il prescelto, in zona abbastanza comoda, ma soprattutto molto carino e gestito bene, e non inaccessibile dal punto di vista dei prezzi.
Ricordo di aver telefonato per prenotare, ma non aveva risposto nessuno. Delusissima, ho cercato di trovare alternative tra le mie scarsissime conoscenze, finché, al culmine dell'abbattimento, mi hanno richiamata. A quel punto avrebbero potuto servirmi anche lombrichi vivi per cena, ormai la scintilla fatale era scoccata.
Tornando al presente, come al solito si è mangiato molto bene, e io ho finalmente avuto il coraggio di assaggiare il menù della Tradizione, che mi stuzzicava da tempo.
Dopo cena ci siamo separati. Io ho raggiunto i miei amici di sempre, venuti nella big city a festeggiare proprio lui, l'amico A., ormai promesso sposo (e da qui in poi ribattezzato il Nubendo).
È stato un addio al celibato decisamente anomalo, vista la mia presenza nel dopocena. No, non sono stata precettata per uscire dalla torta, e non avrei riscosso altrettanto successo. La mia dote più apprezzata sabato sera è stato il fatto di avere un'auto e di essere fornita di ombrelli di ogni foggia e dimensione, visto che come sempre nel week-end, si sono scatenati gli elementi.
Tornando all'addio al celibato anomalo, direi evviva l'anomalia: perché diavolo bisogna festeggiare solo fra uomini o solo fra donne? Io tengo ai miei amici quanto tengo alle mie amiche, non è che mi diverta di più quando siamo solo fra donne, o mi senta più libera di comportarmi in modo naturale. Abbiamo passato decadi tutti insieme e poi proprio alla vigilia di un giorno così fondamentale dovrei privarmi della loro compagnia? Per cosa poi? Non è anacronistico?
Ma a parte questo, la cosa meravigliosa è che quando siamo insieme, non importa quanto tempo sia passato, non importa quale sia lo scopo della serata, non importa chi sia l'organizzatore, riusciamo sempre a ricreare la stessa dinamica schizofrenica con tempi morti infiniti, infinite indecisioni, infiniti giri per vari locali che non ci soddisfano e nei quali alla fine non ci fermiamo, per poi tornare al punto di partenza. Come se la parte più divertente alla fine fossero le chiacchiere e le cazzate che ci diciamo in macchina.
Diciamo che stavolta almeno il punto di partenza non è stata la solita edicola esposta al freddo e al gelo, ma un ben più caldo e confortevole bar.

Per chi se lo chiedesse, la storia con il collega del Nubendo non è mai decollata:
"A., ma allora, sto collega tanguero, me lo presenti o no?"
"Mmmmh... Effe... Sai, forse non è proprio l'uomo adatto a te"
"Ah, e cosa te lo fa pensare?"
"Beh, come ti dicevo ha un sacco di interessi... Balla... Però..."
"Però?"
"Ecco, io non me ne intendo molto... Ma secondo te cosa vuol dire se un uomo come sfondo del desktop ha un altro uomo seminudo? Io... Ho la vaga sensazione che forse potrebbe essere gay"
"...
... VAGAAA??"

mercoledì 24 novembre 2010

Insolita densità di avvenimenti

Ho latitato, lo so. Ma ho un buon motivo, che si può riassumere in tre semplici parole: mancanza di tempo.

Dopo le mie avventure alluvionali a casa, ho avuto una settimana a dir poco folle, per i miei standard, si intende.
Sembra che tutti i fornitori, clienti, colleghi degli altri uffici europei, abbiano deciso di venire a farci visita nel giro di 10 giorni scarsi.
Il che mi ha consentito di (nell'ordine):
- fare cose diverse rispetto alla solita noiosa routine lavorativa
- fare una gita nell'hinterland torinese, e capire che avrei dovuto lavorare come commerciale, vista l'entità del rimborso spese
- essere invitata a una cena e due pranzi
- conoscere un fornitore, uomo bellissimo di cui mi sono istantaneamente innamorata, anche se come sempre è un amore impossibile. Mi ha regalato una scatola di cioccolatini belgi, come se conoscesse i miei gusti, e penso a lui con un sospiro ogni volta che ne mangio uno

In aggiunta a quanto sopra, che mi ha portata ad accumulare una certa quantità di lavoro arretrato, ho pensato bene di beccarmi un virus nel laptop aziendale, che è stato nelle mani del mio IT da venerdì mattina a lunedì pomeriggio. E per giunta non è riuscito a debellarlo, per cui devo spedirglielo a Barcellona.

Il week-end in compenso è stato delizioso.
Partendo dal venerdì sera, in cui l'amico precedentemente noto come Hornbraker, poi come Consolatore, e ora d'autorità ribattezzato Ticket-one ha portato la sottoscritta, Mr. Supposta, e un'altra amica a vedere il concerto di Morricone. Pelle d'oca per due ore, tre bis, standing ovation. Inoltre ho sentito il suono di uno Stradivari per la prima volta in vita mia, e cavoli, c'è un motivo se gli Stradivari hanno un valore incommensurabile.
Unico neo: il rumorosissimo impianto di aerazione del Forum, e il fatto che a parte la pizza al taglio gentilmente fornita dai due cavalieri, non siamo riusciti a cenare dopo il concerto.

Il sabato ho dormito fin dopo l'una del pomeriggio, quindi la giornata è durata pochissimo, ma è stata densa. Giro in centro, poi altro concerto sempre al Forum (chissà se danno una tessera punti?), stavolta il concerto di addio dei Simply Red. Che non sono mai stati tra i miei preferitissimi, ma devo dire che dal vivo sono veramente molto bravi. E per giunta siamo anche riusciti a mangiare.

La domenica, caratterizzata dal solito clima funereo tipico dell'autunno in pianura padana (pioggerellina sottile, alternata a pioggia battente, il tutto accompagnato da un delizioso cielo color cenere), mi sono di nuovo svegliata molto tardi e con il tipico scazzo domenicale. Dovendo inoltre fare le pulizie e svariate lavatrici, ho paccato il pranzo a casa di Ticket-one. Ho fatto male, credo, perché quando li ho raggiunti nel pomeriggio sono stata così bene con loro. Mi piacciono le giornate passate tutti insieme, a dire cavolate e bere e guardare film.
La compagnia degli amici fa passare anche lo scazzo domenicale.


martedì 16 novembre 2010

Flooded

Un normale giovedì mattina. Mini cucina del mio mini appartamento senza porte. Come ogni mattina, ancora intontita dal sonno ma già in ritardo sulla tabella di marcia che mi porterà a timbrare il cartellino in ufficio, apro lo sportello del pensile nel quale si trova lo scaldabagno in compagnia di vari utensili da cucina. Con un attimo di lucidità impensabile a quell'ora del mattino, mi accorgo che c'è un po' d'acqua sul fondo del pensile. Sposto varie ciotole e mi accorgo che sono piene d'acqua anche loro e a quel punto noto la gocciolina che pende dal bordo dello scaldabagno. Se fossi propensa a bestemmiare probabilmente questo sarebbe il punto della storia in cui tiro giù un paio di moccoli, invece, con una rassegnazione che mi è assai più consona, tolgo tutto dal pensile, stendo sul fondo uno straccio e metto una ciotola in corrispondenza della goccia. La buona notizia è che per lo meno ho ancora l'acqua calda, quella cattiva è che timbrerò certamente in ritardo.
Passo la giornata al telefono, a farmi rimbalzare dall'amministratore alla ditta che fa i lavori nello stabile, dalla ditta che fa i lavori ("noi siamo solo installatori, non riparatori") al numero verde del fabbricante. Finalmente ottengo qualche numero di riparatori autorizzati, e chiamo il primo della lista.
"Buongiorno, il mio scaldabagno ha iniziato a gocciolare"
"Che modello è?"
"Non lo so"
"Allora mi richiami quando ce l'ha davanti".

La sera appena arrivo a casa lo richiamo, e finalmente fissiamo un appuntamento per il lunedì mattina, tanto l'acqua gocciola piano piano.

Il venerdì mattina piazzo due ciotole e uno straccio sotto il gocciolio e me ne vado tranquilla in ufficio.
Non vedo l'ora che sia finita la giornata per andare a farmi un bell'aperitivo con le amiche, ma le otto ore passano abbastanza in fretta e riesco persino a prenotarmi il parrucchiere per il sabato mattina. Alle diciotto-e-zero-zero schizzo via come Fantozzi, non trovo ingorghi, trovo parcheggio subito, insomma, sembra che niente possa andare storto. Salgo in casa, poso le borse e, ancora con la giacca addosso e l'auricolare, apro lo sportello per controllare la situazione. E lì sbarro gli occhi.
Cazzo.
Avete presente le cascate del Niagara? Ecco.
Le ciotole sono traboccate, lo straccio completamente imbevuto fa gocciolare l'acqua anche a terra, cosa di cui mi accorgo solo sentendo i miei piedi fare sciaff sciaff. Mentre con mani tremanti cerco di svuotare le ciotole nel lavello senza però farmi la doccia, ovviamente mi squilla l'auricolare, che risponde automaticamente: è la Bucaniera per l'aperitivo. Mi rendo conto che metto insieme solo frasi sconnesse con le parole "scaldabagno" "cascata" "cazzo". L'unica frase di senso compiuto è: "Proprio oggi che avevo preso appuntamento dalla parrucchiera dopo mesi che non ci vado! Come faccio?", e lei mi dice ridendo "Vabbè, richiamami quando hai finito di tirare su l'acqua". È incredibile come gli altri diventino degli umoristi quando non è la loro cucina ad essere allagata.
Armeggio con quella che ritengo essere la manopola dell'acqua tentando di chiuderla, e per fortuna ci riesco scongiurando la visione di me che mi punto la sveglia ogni due ore per tutta la notte per svuotare le ciotole ed evitare danni peggiori. Nel frattempo richiamo al volo il tecnico. Forse gli faccio pena, forse sente una nota isterica nella mia voce, in ogni caso riesce a spostarmi in pole position per il giorno dopo, mattina presto.

Il tizio è puntualissimo, rapidissimo, e mi pare anche abbastanza onesto, anche se fa terrorismo spiegandomi che praticamente rischio di saltare in aria da un minuto all'altro. 
Per me l'importante è non morire affogata, non dovermi prendere altri giorni di ferie per fare entrare operai in casa e soprattutto avere l'acqua calda.

Ma in verità la gioia più grande è stata non dover rimandare l'appuntamento con la parrucchiera.

lunedì 8 novembre 2010

Full Plastic Jacket

Come accennato in un post precedente, la nostra Ballerina Passione Avventura aveva organizzato una fantastica giornata per giocare a paintball nei boschi di Varese. Finalmente l'abbiamo fatto.

La giornata è coperta, ma almeno non piove. Scopriamo con orrore, una volta arrivati a destinazione e a più di un'ora da casa, che a parte la pettorina imbottita e la maschera per proteggere il viso, non ci danno tute o simili per proteggere i vestiti. Per fortuna sono vestita di nero, almeno dovrei riuscire a minimizzare i danni. Ci viene comunque assicurato che la vernice è totalmente lavabile... Speriamo, intanto metto in salvo il piumino nuovo, preferisco piuttosto morire di freddo.
Dopo la notizia che mi imbratterò di colore e che, non avendo portato un ricambio, sicura di ricevere una copertura sul posto, dovrò restare imbrattata finchè non torno a casa, nemmeno la firma della liberatoria può più turbarmi. La liberatoria viene letta da uno degli amici che fa l'avvocato, che ce la sintetizza con un "... insomma, se vi fate male sono c***i vostri".
Inizia a balenare a tutti i 12 presenti che forse non è stata poi un'idea così geniale. 
Siamo uomini duri come teddy bears.
Dopo una spiegazione alquanto confusa sull'uso del fucile ad aria compressa, che mi fa temere di non essere in grado di giocare perché priva di adeguato addestramento, ci mettiamo pettorine e cinturoni e ci avviamo al campo di gioco.
Camminiamo portandoci i fucili che pesano una quintalata, e mi rendo conto di essere felice per non aver tentato la carriera militare, decisamente troppo faticosa per una pigra come me.
Il posto è bellissimo, boschi con le foglie di tutti i colori, ruscelli che gorgogliano scendendo a valle, mi sento a casa.
Una volta arrivati al campo di gioco, che risulta in realtà essere un pezzo di bosco, con piante, terreno accidentato coperto da un tappeto di foglie scivolose, e qualunque altro ostacolo che possa rendere disagevole e pericoloso correre con la faccia coperta da una maschera e un fucile pesantissimo in mano, seguono ulteriori spiegazioni confuse su come si svolge solitamente il gioco. Chiedo a un'altra amica se le è tutto chiaro, e dal suo sguardo a punto interrogativo mi rassicuro: non morirò sola. Da questo momento in poi la mia prima preoccupazione sarà di evitare di venir colpita (e conseguentemente salvare i vestiti) per quanto possibile.
Ci dividiamo in due squadre, ci sistemiamo ai due lati opposti del campo e iniziamo a sparacchiarci addosso. Riesco a superare indenne la prima manche, che vinciamo. Nella seconda mi colpiscono, fortunartamente alla spalla, quindi sono riparata dalla pettorina, e a parte qualche schizzo sulle maniche della maglia sono ancora relativamente pulita, ma la mia squadra perde. Alla fine della terza manche (che la mia squadra perde nuovamente), iniziano a esserci i primi tentativi di ammutinamento e diserzione: la Sfinge si oppone all'idea di acquistare altri colpi, "così finiamo quelli che abbiamo e finalmente andiamo a mangiare"; è appoggiato da più di una persona, inclusa la sottoscritta che ha iniziato ad avere fame mezz'ora dopo la partenza. Riusciamo a fare ancora una o due manche, nell'ultima la mia squadra si rifà alla grande, visto che riusciamo a farli fuori tutti, e proprio io ho l'onore di colpire l'Ingegnere, vero Terminator piemontese, imprendibile, dalla mira precisissima (conoscendolo si sarà documentato sulle applicazioni della balistica nel gioco del paintball); je ho fatto er cucchiaio, naturalmente sparando quasi a casaccio, e l'ho beccato, dietro la staccionata. Finiti quasi tutti i proiettili, finita l'ultima manche, ci rendiamo conto che in realtà manca la Bucaniera, sperduta sulla cima della collina come un giapponese nella giungla filippina. A differenza di questi ultimi, però, ci crede subito quando le urliamo che è finita, e accorre alla base.
Tornati alla sede del circolo, ci ripuliamo alla bell'e meglio, ci concediamo panini e birre seduti fuori al freddo come dei veri soldati, e infine torniamo a casa.

Dal punto di vista dei miei dilettanteschi studi sociologici, è stato veramente interessante e illuminante.
Non è un luogo comune che i maschi sono aggressivi e competitivi e amano giocare alla guerra: mentre noi ragazze tendevamo a difendere la posizione, loro si lanciavano all'attacco come se non avessero fatto altro in vita loro, quantunque credo che nessuno dei presenti abbia fatto il militare nè maneggiato un'arma nè partecipato a una manovra... E si vedeva, perché tatticamente eravamo, in generale, delle vere e proprie chiaviche, quindi le tecniche usate erano quella della tartaruga (ferma sulla posizione, copriamoci bene e salviamo il salvabile) o quella del kamikaze (crepi Sansone e tutti i Filistei), ma forse con un po' di allenamento in più saremmo riusciti a fare meglio.
Altro luogo comune che si è rivelato vero: i maschi tutt'al più invecchiano, ma non crescono mai. Erano felici come bimbi mentre potevano maneggiare un fucile che sembrava quasi vero, mentre si insozzavano rotolandosi nel fango, quando riuscivano a colpire il nemico. Quando si toglievano la maschera avevano le gote arrossate e i capelli fradici, ma gli occhi brillavano, e passavano la pausa a ricapitolare chi aveva colpito chi e quale tattica si era rivelata vincente, mentre noi ragazze cercavamo di ripulirci e ci preoccupavamo di quante lavatrici avremmo dovuto fare una volta tornati a casa.

Infine, ho capito la cosa più importante: visto il male che fa una palletta di vernice, spero vivamente di non venire mai e per nessun motivo colpita da un proiettile vero.

giovedì 4 novembre 2010

Higitus Figitus

Due domeniche fa, mentre ero già in autostrada alla volta di Milano, reduce dal week-end di festeggiamenti della dottoressa Coscienza, mia madre tanto per mettere le mani avanti mi ha telefonato per prenotare la mia augusta persona per il week-end successivo (ovvero quello appena passato del primo novembre).
Motivando tanta previdenza con: "Devi aiutarmi a scegliere i quadri da appendere e a decidere dove appenderli". Al che mi sono immaginata ferma in piedi, in mezzo al salotto, in posa plastica con una mano sul fianco, mentre do indicazioni gesticolando misuratamente con l'altra "Un po' più a destra... Ora inclinalo di 10°... Ora alzalo di 2 cm e mezzo... Ecco, perfetto così!".
Insomma, un lavoro di tutto riposo. Con questa immagine nella mente ho detto "Ok, non c'è problema mamma".
La realtà è stata drammaticamente diversa.
Premettiamo che che avrei dovuto capirlo da sola che c'era la fregatura, visto che casa mia è una sorta di magazzino da quando abbiamo traslocato, perché è impossibile passare da 300 mq a 140 mq se non sei Mago Merlino; ma, sapendo che erano due giorni che il Fratellone portava via roba e la stipava in cantina, pensavo di riuscire a cavarmela con pochi danni.
Per farla breve, mentre la dottoressa Coscienza si godeva massaggini e bagni termali rilassanti a Fiuggi con la sua amica, la qui presente si spaccava la schiena a riordinare il salone.
E sto dicendo spaccare in senso letterale: a dispetto dei mille mezzi-impegni che avevo preso (del tipo "Dài, domani sera ci vediamo e facciamo qualcosa, almeno una birretta, eh?"), la domenica sera, 31 ottobre, sono capitolata. Abbozzolata in poltrona, emettendo gemiti perfettamente in linea con la notte di Halloween e scricchiolii inquietanti ogni volta che mi alzavo dalla medesima. Un rottame di donna, praticamente.
L'unico lato positivo è stato che pioveva a catinelle, e il tempaccio ha tenuto a casa gli amici con cui sarei dovuta uscire, ma soprattutto i ragazzini che vanno a fare dolcetto o scherzetto e che avrebbero costretto la mia povera colonna vertebrale a uno sforzo extra.
In più tanto per aggiungere la beffa al danno, mia madre mi diceva "Oooh, come mi dispiace che ti faccia male la schiena", guardandomi con l'aria contrita e preoccupata tipica di chi ha passato la giornata a dirti di non sollevare quei cartoni così pesanti che poi ti fa male la schiena.
Cosa che però, naturalmente, non ha mai detto.