venerdì 30 aprile 2010

I grandi perché di Mr. Big - Benzinaio amico

Non riesco a capire perché i benzinai abbiano tolto la molletta per bloccare l'erogatore, che era davvero comodissima. In primo luogo perché mi piaceva scendere dall'auto con le mie belle scarpe col tacco, gli occhiali scuri, e stupire il benzinaio che si avvicinava per aiutarmi mostrandogli che conoscevo il trucco, benché femmina.
In secondo luogo, è una scocciatura dover stare lì in piedi a tenere premuto il grilletto della pistola, soprattutto se sei quasi in riserva e vuoi fare il pieno: stai lì per lunghi minuti che potresti utilizzare benissimo per lavare il parabrezza, o per buttare via la spazzatura accumulata nella tasca della portiera o semplicemente per limarti le unghie.
Costernata da questo interrogativo, ho consultato l'enciclopedico Mr. Big, che mi ha prontamente fornito la risposta. Qualora qualcuno di voi abbia spiegazioni diverse è pregato di farcelo sapere.

La spiegazione pare essere la seguente: delle gang di ragazzini sembra si divertissero a bloccare la mollettina quando il distributore era chiuso. Quindi chi poi faceva benzina al self service appena alzava la pistola dalla pompa si faceva una doccia. Uno scherzo davvero esilarante. Tra l'altro immagino che non stessero nemmeno lì per godersi il risultato, quindi pure inutile.

Tutta questa pappardella è venuta fuori dal fatto che ieri ho scelto il mio nuovo benzinaio preferito.
Uscendo dall'ufficio, ho deciso di fermarmi a fare gasolio in tangenziale, anche se costa un po' di più. C'era coda, tanto valeva fermarmi del tutto. Inoltre ero quasi in riserva, la qual cosa mi procura sempre una certa ansia. Non mi piace che la mia bimba abbia il serbatoio vuoto. Può avere strati geologici di zozzeria fuori e dentro, ma non la lascio mai in riserva.
Comunque, ho fatto il pieno al fai da te, e, come dicevo, nel fare il pieno non ho neppure potuto lavarmi il parabrezza. Sono entrata nel gabbiotto della cassa per pagare, e lì ho ricevuto una tale lisciata al mio ego che mi sono quasi dimenticata di svenire per il costo del pieno (di ben 50 euri):
Benzinaio: "Signorina, sono 5000 euro"
Io: "Guardi, non li ho nemmeno sul mio conto" (pensando "AH AH AH che risate")
Benzinaio: "Una come lei che non ha soldi? Non ci credo"
Io: "Guardi, è tutta apparenza"
Benzinaio: "Beh, sa, al mio paese (vicino a Napoli, Ndr) si dice che la vera dote, sa la dote che una volta le spose dovevano portare... è quella che ti porti addosso... Pensi come sarebbe peggio se avesse un sacco di soldi ma fosse brutta come uno scarrafone. Invece magari non ha soldi ma è bellissima".

Dopo aver pagato, sono tornata alla macchina vacillando sotto il peso di un tale complimento inaspettato; mi aveva messo talmente di buon umore che non ho nemmeno insultato uno che mi ha tagliato la strada. Quindi credo di aver trovato il mio nuovo benzinaio di fiducia.

giovedì 29 aprile 2010

Ricetta per non piangere a una cena d'addio






Su gentile richiesta della mia amica Muffin Woman Pat (che, almeno lei, lascia dei commenti ai miei post), autrice di un bellissimo blog (che potete leggere qui), voglio rendere pubblica la ricetta per non sembrare la fontana di Trevi durante una cena di addio. Credo possa funzionare anche in altre occasioni commuoventi, mutatis mutandis


Occorrente:

- 5 o 6 commensali più o meno dediti all'alcool e amanti delle occasioni conviviali;
- 1 stendino carico di bucato lavato;
- cena da 4 portate: antipasto, primo, secondo e dolce (assicurarsi di dover cucinare, in modo da avere una distrazione e anche un po' di intimità in cucina, il che consente di poter eventualmente versare qualche lacrima, inosservati);
- 1 amica propensa a parlare di attori bonazzi con un linguaggio da fare impallidire un camallo;
- 1 amica propensa a dare corda a questi discorsi e pronta a cogliere le metafore e a rincarare la dose;
- 1 amico in grado di suonare male qualche strumento, e che possibilmente abbia una seconda personalità più casinista della prima;
- 1 amico che parli poco ma che distribuisca perle di saggezza all'occorrenza;
- vino q. b. (dipende dal grado di alcolismo dei convitati);
- una fotocamera;
- una bottiglia di rhum che torna sempre utile.

Preparazione:

Per prima cosa, aprite una bottiglia di vino e iniziate a bere a stomaco vuoto. Intanto che aspettate gli altri beveraggi e gli antipasti che devono arrivare con una delle convitate, preparate gli ingredienti per la cena. Prendete tutti insieme in giro uno dei padroni di casa che ci mette 40 minuti per piegare il bucato, e non perchè sia preciso, ma perchè ha più abiti di voi. Intanto continuate a bere il vino a piccoli sorsi. Quando arriva l'antipasto mettete tutto a tavola e iniziate a mangiare. Intervallate con frequenti brindisi. Alzatevi ogni tanto per controllare l'acqua per la pasta; cercate di non distrarvi troppo ascoltando i vari "a Scamarcio gli farei questo e quest'altro" "ad Argentero gli farei anche di peggio" delle due amiche e magari controllate di averla salata a sufficienza...
Servite il primo e il secondo, continuando sempre a bere quanto basta.
Prima del dolce, consegnate alla festeggiata il regalo di addio, e assicuratevi che l'amico musicista si metta a suonare male (che non sia il suo strumento è FON-DA-MEN-TA-LE) uno strumento rumoroso (che sia rumoroso è essenziale) in modo da disturbare la commozione generale (la propria, in primo luogo) e far ridere tutti; nello stesso tempo, l'amico taciturno dovrà usare la psicologia inversa con la festeggiata: "Dài, ora però devi piangere; con quelli di ieri sera hai pianto, perché con noi no? guarda che ci offendiamo!" e cose simili. Sembra stupido, ma funziona e fa ridere.
Mentre mangiate il dessert in relax, smettete di innaffiare la ricetta con il vino e sostituitelo con il rhum; a quel punto prendete la fotocamera e iniziate a fare foto, possibilmente stupide. 
Passate il resto della serata a cazzeggiare come se fosse una serata qualunque fino al momento dei saluti.
Questa è la parte più ostica: il trucco è avere sempre almeno 3 altri amici che facciano soffoco e vi facciano ridere saltellando intorno a voi per controllare se state piangendo o meno, così, anche se la lacrimuccia preme, non si azzarderà a colare.

Lasciate riposare tutta la notte e avrete un fantastico argomento di cui scrivere.

mercoledì 28 aprile 2010

Farewell dinner party

The Road goes ever on and on
Down from the door where it began,
Now far ahead the Road has gone,
And I must follow if I can,
Pursuing it with eager feet,
Until it joins some larger way
Where many paths and errands meet.
And whither then? I cannot say

J.R.R. Tolkien, The Fellowship of the Ring


Gli amici sono la famiglia che ti scegli, è vero.
La differenza è che in qualche modo sai che non perderai mai i tuoi famigliari. Mia sorella sarà sempre mia sorella, anche se siamo lontane. Non so, il richiamo del sangue o qualcosa del genere.
Invece gli amici si possono perdere per strada; magari non succede, ma c'è il rischio.

La Bambina parte oggi. Lo so da 2 mesi che sarebbe partita più o meno in questi giorni, da almeno un mese so anche la data precisa, ma non sono ancora entrata nell'ottica e so già che mi mancherà e aspetterò che torni da un giorno all'altro, come quando era in India.

Anche se andremo certamente a trovarla, e anche se credo che non verremo separati dalle nebbie del tempo, lei avrà una nuova vita da vivere, che sarà diversa dalla nostra; e la sua partenza cambierà un po' anche le nostra vite. Per esempio non ci saranno più le domeniche sera tutti e quattro sul divano a guardare filmacci (ovvero: noi due ragazze a guardare il filmaccio, i due maschietti a sonnecchiare); le cene a casa organizzate all'ultimo minuto; i "passo sotto casa tua tra 10 minuti, andiamo a fare l'aperitivo"...
Finite anche le improbabili conversazioni in inglese con la Sfinge.

Uffa, odio sentirmi abbandonata, e in più il fuso orario ci è nemico perché sono addirittura 9 ore... Ma non poteva andare a NY? Proprio così lontano doveva spingersi? Noi usciremo dall'ufficio quando lei ci entra, praticamente, quindi addio anche alla chat.
Comunque, tanto per non perdere l'occasione di bere un po' e di fare un po' di casino, ieri sera abbiamo organizzato una cena di addio... O arrivederci, si spera...
Mi sono persino offerta di cucinare, occasione più unica che rara. Abbiamo assaggiato finalmente la renna, che devo dire è molto buona. Non abbiamo neppure ecceduto col vino. Anche se Ivan ha fatto capolino un paio di volte, aiutato dal rhum.
Un po' di commozione era inevitabile, ma non ho pianto a zampillo come temevo. Contegno esemplare, direi.
E ora devo fare mente locale per ricordarmi che stasera non la potrò invitare a fare l'aperitivo.

Have a nice trip, my friend, we'll miss you here in Italy.

martedì 27 aprile 2010

Domenica in famiglia

Finalmente, dopo lunghi mesi e un po' di insistenze, siamo riusciti a organizzare un altro pranzo nel mio ristorante preferito in mezzo alle colline del Monferrato.  Ci tenevo che la N. Baby ci venisse, prima di partire per la sua nuova destinazione. E la Sfinge non era venuto l'altra volta, quindi volevo assolutamente farlo provare anche a lui. Mancavano solo lo Chef e la Ballerina, peccato... 
Devo dire che contributo fondamentale all'organizzazione è stato dato dall'Ingegnere, che ha offerto servizio pullman da Milano, ha prenotato il tavolo, e si è presentato con tempismo perfetto sotto casa mia.
Inoltre, nonostante previsioni meteo orribili, il Fato ci ha riservato una giornata quasi estiva, temperatura perfetta, sole sfavillante, colline brillanti di erba verde, una brezza deliziosa. Insomma, il Monferrato è celebre non a caso. 
Il pranzo è stato a dir poco luculliano, tutto buono, vino ottimo. Perfino i bambini degli altri tavoli non sono stati molesti. Amo il fatto di venire coccolata, adoro che la cuoca a un certo punto inizi a girare per i tavoli chiedendo a tutti se è andato tutto bene fino a quel momento, e poi, inutile dirlo, amo la cucina piemontese. 
Per smaltire il lauto pasto abbiamo prima cercato di entrare alla Cittadella dove c'era una specie di fiera sui fiori; purtroppo, non essendo stati i soli ad aver avuto questa idea, non ce l'abbiamo fatta; quindi abbiamo ripiegato su una passeggiata in centro e sorbetto al mio bar preferito.

Tutto sommato una domenica tranquilla, ma molto piacevole, il tempo è volato.
È bellissimo quando ti rendi conto che stai così bene in compagnia dei tuoi amici che ti sembra di conoscerli da sempre; e ti rendi conto che ti senti a casa, come se fossero una seconda famiglia.

D'altro canto, gli amici sono la famiglia che ti scegli*.


*Ci tengo a sottolineare: questa frase me l'ha sempre detta mio padre, non l'ho presa dalla pubblicità della Barilla.

giovedì 22 aprile 2010

Con le cuffie nelle orecchie - In fondo al mar

Esco di casa e mi metto le cuffie nelle orecchie. Mi sento un palombaro. Il mondo intorno si muove ma ne percepisco la vita ovattata, come se fossi sul fondo del mare.

Baby when you're gone/I realized I'm in love.
Il bar sotto casa ha già chiuso, leggo il labiale del barista che mi dice "CIAO". Per mimesi gli dico "ciao" senza emettere suono e gli faccio un gesto con la mano. Davanti alla pizzeria, credo una delle poche in tutta Milano ancora gestite da veri napoletani , ci sono due che parlano animatamente, gesticolando. Sento che mi osservano mentre passo. Deve essere perché ogni tanto canticchio tra me e me. 
Chissà se è vero che una volta la gente canticchiava per strada senza passare per matta.
Wake up call/Caught you in the morning with another one in my bed.
C'è ancora qualche camion parcheggiato in attesa di portare via le cose del fuori salone. Davanti a un ristorante c'è un gruppo di amici che si saluta prima di entrare. Davanti a un altro ristorante un cameriere fuma e guarda passare possibili clienti. Mi ricorda una murena sotto uno scoglio, ma con l'aria meno pericolosa.
No I would not sleep in this bed of lies/So toss me out and turn in
Le macchine che passano non fanno quasi rumore, e i clacson si sentono appena.
Delle coppie passano tenendosi sottobraccio. Forse vanno a cena. Forse sono sposati, alcuni tra loro, alcuni magari con qualcun altro. Il semaforo è rosso, ma non c'è nessuno e attraverso lo stesso. Devo affrontare un pezzo di strada un po' dissestata e canticchio mentre cerco di evitare le buche e le cacche di cane. Incrocio due ragazzini vestiti da rapper, camminano con il bacino in fuori e le gambe larghe. Credo che sia per evitare che i pantaloni oversize scendano ulteriormente e li lascino in mutande.
And pump it (louder)/Turn up the radio/Blast your stereo/Right
Giro a destra verso il ponte che passa sulla ferrovia. Una macchina inchioda nella ridicola speranza che quello sia un posto dove parcheggiare; no, sono proprio strisce pedonali, leggo l'imprecazione sulle labbra e nei suoi occhi mentre riparte a tutto gas.
Passo sul ponte di ferro, incrociando un tipo che parla nel telefonino con tono molto effeminato e a voce altissima. Deve essere un creativo o qualcosa del genere.
Every day and every night/I'd always dream that you are by my side
Sento il tram passare solo perché trema il marciapiede, e una volta di più mi chiedo come facciano a dormire lo Chef e la Sfinge. Sono in anticipo, mi guardo una vetrina che espone roba piuttosto brutta e ciononostante ampiamente al di sopra delle mie possibilità. Passo davanti a un Kebab enorme e deserto. Solo una persona dentro, che guarda una tv appesa al muro. La ragazza davanti a me attraversa la strada di corsa per buttarsi tra le braccia del suo ragazzo, si baciano.
Due signori anziani mi fermano. Riemergo dal fondo del mare per un attimo, e già mi manca, ma sorrido: mi chiedono una via che non conosco e suggerisco loro di chiedere ad un bar. Mi rituffo sott'acqua.
Don't get me wrong/If I'm looking kind of dazzled  
Attraverso la strada, e torno indietro fino al ristorante dove ho l'appuntamento. Sono ancora in anticipo e ho l'acquolina in bocca. Mi concentro sulla vita del fondale. Un Cheerokee intralcia il traffico accostato in doppia fila; mentre due motorini si fermano sull'angolo per parlare e poi ripartono in direzioni diverse.
Si ferma anche un taxi bloccando la corsa di un tram. Ripartono entrambi e poco dopo vedo un ragazzo correre per raggiungere la fermata in tempo. Ha le gambe magre e lunghe e una borsa sportiva sulla spalla.
Quanto sei bella Roma/quanno è sera/Quanno la luna se specchia/dentro 'r fontanone 
Non sono l'unica ad avere un appuntamento qui davanti. C'è il ragazzo che è sceso dal taxi con un amico; un paio di ragazze dall'aspetto teutonico; una donna che guarda compulsivamente il cellulare, e dopo un po' non resiste e manda un messaggio. Contagioso come uno sbadiglio: inizio anche io a controllare nervosamente il cellulare, e dopo un po' anche io non resisto e mando un messaggio.
Finalmente in mezzo a tutti i pesci che popolano questo fondale di cemento vedo arrivare un pesciolino rosso, e allora riemergo definitivamente.
Il rumore della vita ritorna al suo volume normale, e il pesciolino rosso ha in realtà le fattezze sorridenti della N.Baby.

martedì 20 aprile 2010

La Gatta

Quando era piccola, bastava che qualcuno alzasse un po' la voce e lei scoppiava a piangere.
Quando doveva parlare con qualcuno per la prima volta arrossiva fino alla punta dei capelli. Qualunque emozione intensa la faceva avvampare, in effetti. Questo la rendeva insicura. Era anche timida.
Alle medie aveva deciso che se voleva vivere non doveva lasciare che il mondo la spaventasse, che non avrebbe tenuto più gli occhi bassi.
Alla fine delle medie aveva deciso che l'amicizia tradita faceva soffrire troppo, e che non si sarebbe fidata più di nessuno in modo così cieco, totale e irresponsabile. Che non avrebbe permesso che qualcuno la vedesse piangere, che avrebbe cercato di nascondere i suoi punti deboli agli altri mentre lavorava per eliminarli del tutto. Che si sarebbe costruita un'armatura che le consentisse di affrontare il mondo minimizzando i rischi.
Al liceo aveva ormai capito che non voleva dover dipendere da nessuno nella sua vita. Intanto
aveva imparato a ricacciare indietro le lacrime, a non mostrare la delusione, a non dare soddisfazioni a chi godeva nel farla soffrire; era diventata una persona più sicura di sè e riusciva a superare la timidezza, sempre facendosi una certa dose di violenza.
Era abbastanza soddisfatta del lavoro che aveva fatto su se stessa, ma c'erano ancora margini di miglioramento.
Un giorno questa impassibilità esteriore si incrinò a causa di una lite furibonda, con urla, lacrime e porte sbattute. Il suo stomaco sfogò lo stress accumulato con una gastrite che durò per settimane. Una facciata di impassibilità e tempeste che si agitavano nel suo petto e nella sua testa.
Poi tutto tornò alla normalità.
Il passo successivo doveva essere raggiungere la tranquillità interiore, o almeno provarci.

All'università stabilì che qualunque risultato fosse stata in grado di raggiungere nella propria vita, l'avrebbe fatto contando sulle sue sole forze.
Finita l'università, trovò lavoro senza dover ringraziare nessuno, e ne fu orgogliosa.
Un grande dolore nel frattempo le aveva quasi anestetizzato il cuore. Niente più tempeste, se non occasionalmente. Stavolta non era una cosa voluta, ma sentiva di essersi chiusa quasi totalmente al mondo esterno. Non riusciva nemmeno a parlare con gli amici più fidati, se non di argomenti superficiali. A che pro costruire dei rapporti, legarsi a qualcuno, se poi doveva per forza finire? La sofferenza era troppa, non voleva sopportarlo di nuovo.
Per un po' andò bene. Lo stato di atarassia funzionava. Ma aveva il pessimo vizio di porsi delle domande, di analizzare se stessa, e iniziò a preoccuparsi di essere diventata una persona arida ed egoista. Di dare agli altri un'impressione non vera della sua personalità; di non essere riuscita a trovare la giusta via di mezzo tra il mettere a nudo il proprio animo e non esporsi al rischio della sofferenza. Non voleva sembrare un automa senza sentimenti.
Ci sono ulteriori margini di miglioramento.

lunedì 19 aprile 2010

Vertigine


Sabato mattina ero a Venezia. Perdevo tempo prima di lasciare la stanza d'albergo e mi sono sintonizzata su BBC World News. C'era un giovane ricercatore che parlava degli studi sulla nascita della vita sulla Terra.

Vedendo le immagini ricostruite di come doveva essere il nostro pianeta alla sua nascita mi è presa la vertigine. Mi sembrava impossibile trovarmi sullo stesso pianeta mostrato dalle immagini, percorso da fiumi di magma incandescente, soffocato da vapori velenosi, deserto e desolato e inospitale.
Io stavo stravaccata su un letto morbido, in un palazzo solido - per quanto possono essere solidi i palazzi di Venezia; guardavo su una tv LCD un programma via satellite mentre mandavo sms col cellulare. Indossavo abiti e scarpe. A sera sarei salita in auto e sarei andata verso Parma su un'autostrada trafficata.
Mi sembrava impossibile, davvero. Già ha del miracoloso che sia nata la vita su questo pianetino ai margini della galassia, ma soffermarmi a riflettere su come si è sviluppata mi crea un senso di orgoglio e di appartenenza a questa per molti versi orribile razza umana, ma anche un senso di ansia. Nello stesso modo casuale in cui siamo nati possiamo venire spazzati via da un momento all'altro, senza motivo e senza lasciare alcuna traccia del nostro passaggio.
Credo che sia questo il motivo per cui dobbiamo credere che sia stato Dio a crearci e a metterci qua. Finché abbiamo uno scopo, anche se oscuro, nella nostra esistenza, e finché ci riteniamo figli prediletti di quel Dio, possiamo rilassarci e credere che non ci succederà nulla di male. E forse crediamo che ci siano altre forme di vita nell'universo nella speranza che abbiano captato qualche segnale da noi, e che non verremo inghiottiti dal Nulla qualora la Terra dovesse finire.
Anche se il fatto che facciano una seconda edizione di "La pupa e il secchione" mi ha fatto sperare in un meteorite, per un secondo...

giovedì 15 aprile 2010

Just a perfect day


... Drink sangria in the park
And then later when it gets dark we go home...

Non abbiamo bevuto sangria in effetti, però sabato è stata davvero una bellissima giornata.
Il cielo era azzurro, faceva caldo, stare in casa sarebbe stato un delitto.
Quindi, ci siamo trovati, la Sfinge, lo Chef, la Northern Baby e io per andare a pranzo tutti insieme in un ristorante - strano a dirsi - pugliese. Ammettiamolo, non è stato eccezionale, però è stato carino stare insieme. Per dessert un ottimo e ipercalorico gelato. Era cremosissimo e appena fatto come piace a me.
Per smaltirlo, quale posto migliore del parco? Prima che ve lo chiediate, no, non abbiamo corso. E no, non abbiamo nemmeno camminato molto. Ci siamo limitati a localizzare il nostro angolino in mezzo agli alberi e ci siamo accasciati sull'erba come se la forza di gravità fosse improvvisamente aumentata.
Poco dopo, mi sono guardata intorno: la Sfinge era la perfetta rappresentazione del Cristo deposto, lo Chef sembrava un caduto della battaglia di Marengo, la N.Baby era ancora sveglia ma per poco, e io cercavo di intrattenermi perché non sono mai riuscita a dormire di pomeriggio e mi annoio quando gli altri pisolano.
E mi sono ricordata di quei due mesi scarsi di asilo dalle suore. Dovevamo fare il tempo pieno; si facevano pagare una retta faraonica e dovevamo portarci il pranzo da casa; e ci obbligavano a dormire il pomeriggio, e io non sono mai riuscita a prendere sonno su quella sdraio, semiseduta, in mezzo al respiro degli altri bambini e soprattutto quello della suora a cui crollava la testa. Io ero sveglia come un grillo e non capivo perché avrei dovuto costringermi a dormire se non avevo sonno. Credo che il mio disinteresse verso i pisolini postprandiali, e la mia antipatia verso il sottogruppo "suore" - fatte le debite eccezioni, si capisce - siano iniziati da lì.

mercoledì 14 aprile 2010

Siamo esagerate



Lei: Non vedo l'ora di poter prendere la patente
Lui: Non credo che dovresti prendere la patente, voi donne avete i riflessi più lenti degli uomini.
Lei: ma... tua madre ha fatto il corso di rally...
Lui: LEI è speciale.
Lei: ...


Qualche tempo dopo:
Lei: Allora va bene se vengo a trovarti a Giugno a Londra?
Lui: Sì, va bene. Visto che io avrò molto da fare ti ho iscritta a un corso di inglese.
Lei: Ma... io volevo stare con te quando sei libero, e il resto del tempo andare in giro, riposarmi... è tutto l'anno che studio...
Lui: Beh, dato che vieni qui è meglio che tu approfitti dell'occasione e impari bene l'inglese, invece di perdere tempo.
Lei: ...
click

Le conversazioni di cui sopra NON sono frutto della mia fantasia. Le ho avute ormai tanti anni fa col mio allora ragazzo. Non so se era l'origine turca o il fatto che lì a Londra frequentasse delle ragazze saudite, ma in quel momento ho capito che forse non era la persona giusta per me. La seconda soprattutto. Odio che altri decidano per me, a meno che non sia io a domandarlo.
La Sfinge mi ha detto "Ma quanto siete esagerate voi donne! Invece lui aveva fatto un gesto carino, non voleva che ti annoiassi da sola".
Mah, sarà. Certamente non ho mai domandato un parere maschile su questo episodio; ricordo che allora la cosa per me è stata come sentirmi dire: "decido io perché tu non puoi sapere cosa va meglio per te". Già lo fanno i genitori, e l'ho sempre trovato molto fastidioso. Ma per i genitori tu sei sempre piccolo. Se lo fa il tuo ragazzo che ha solo 4 anni in più di te, il problema è di genere, non di età.
In ogni caso: non sono andata a Londra. La settimana dopo l'ho mollato, sentendomi profondamente in colpa; ma né i sensi di colpa che era bravissimo a farmi venire, né pensieri più materialisti come l'attico a Cannes mi hanno fatto cambiare idea.
E l'inglese l'ho imparato comunque, e anche piuttosto bene.

mercoledì 7 aprile 2010

A Good Man Is Hard to Find


Volevo scrivere di altro oggi, ma cercando una certa immagine (che non ho trovato) che mi era stata inviata anni fa da un mio amico, mi sono riletta alcuni dei nostri numerosi scambi di e-mail. Ho scaricato dei file musicali che mi aveva inviato e li sto ascoltando proprio ora, mentre scrivo.
Devo dire che erano mail che trasudavano senso dell'umorismo da ogni riga, ancora adesso, a distanza di quasi quattro anni, ho ridacchiato tra me e me, e mi sono tornati alla mente episodi meravigliosi.

Per esempio quella volta a Nîmes, durante una vacanza estiva di ben quattro giorni in cui abbiamo fatto un giretto in Provenza. Era Ferragosto, ma nel bel mezzo della cena si è messo a diluviare. Ovviamente eravamo protetti solo da una tenda, ma imperterriti abbiamo finito quel che stavamo mangiando, nemmeno due inglesi avrebbero mantenuto il nostro aplomb, e appena ci siamo alzati da tavola la tenda ha ceduto causando un'inondazione; scampata per un pelo. Non potendo andare a farci un giretto con quel clima eravamo tornati nel b&b e avevamo iniziato a fare discorsi senza né capo né coda, di cui ricordo una frase in particolare: "Sì, come quando in Robocop lui muore, ma che poi in realtà anche no" "A., ma che c***o stai dicendo?". In quella stessa occasione ci siamo resi conto che la dislessia da vacanza è infettiva.
"Sai, ero un po' preoccupato che essendo solo noi due avrebbe potuto andare storto qualcosa, invece sono contento che ci stiamo proprio divertendo". "Io non avevo nessun dubbio".


E' una delle persone che mi ha fatto più ridere in vita mia.
E' stato il primo al quale ho detto una delle notizie peggiori della mia intera esistenza, e uno dei pochi che mi abbia visto piangere. 
E' l'unico che mi abbia offerto aiuto materiale quando sono rimasta senza lavoro, ed è una cosa che mi ha colpito, e che non dimenticherò mai. 
E' il solo che mi faccia scrocchiare le vertebre quando mi abbraccia.

Mi manca quel rapporto speciale che avevamo, ma le cose cambiano, le situazioni si complicano, si evolvono; altre persone compaiono sul cammino di ciascuno, mille impegni si sovrappongono.


A onor del vero, e lo scrivo nella speranza che il diretto interessato si riconosca in questo post (la foto della Moschea Blu di Istanbul dovrebbe essere un indizio abbastanza rivelatore, ma con tutti i dettagli forniti se non ha capito che parlo di lui vuol dire che l'hanno lobotomizzato), già all'epoca mi lamentavo del fatto che ci si vedesse troppo poco (altro indizio).
E dire che rispetto ad oggi mi sembra una remota età dell'oro.
Proprio vero che non ci si accontenta mai.

P.S.: Il titolo è una canzone di Tom Waits che mi aveva inviato. Purtroppo oggi come allora è ancora una frase che rispecchia la mia situazione. :)

domenica 4 aprile 2010

Easter Sister

Poiché la nostra madre snaturata ci ha abbandonate al nostro destino per andare a farsi una gita con una sua amica, privandomi così del tradizionale pranzo in famiglia a base di abbacchio, onde evitare di stare una qui e una là in solitudine, ho mosso il mio pesante deretano e a bordo della mia macchinina celeste mi sono diretta nella capitale italiana del cibo, dove risiede la mia sorellina: Parma.
In cambio del mio avvento, mi sono fatta promettere l'abbacchio al forno, così ho salvato capra e cavoli: ho passato comunque una Pasqua in famiglia, con mia sorella e il suo coinquilino, il mitico Dottor R, e ho avuto il mio pranzo pasquale.

Ieri sera abbiamo mangiato in un ottimo ristorante, insieme ai nostri amici che si sono fatti in anticipo la gita fuori porta.
Il tempo è stato clemente, non è piovuto nella serata, quindi abbiamo anche avuto modo di smaltire il lauto pasto con una bella passeggiata in centro.
Oggi mia sorella ha tenuto fede alla promessa e mi ha cucinato un ottimo agnello con le patate, abbiamo aperto le uova e abbiamo oziato (io) e studiato (lei). Giornata decisamente soddisfacente e riposante, senza ansie di nessun genere del tipo "oddio sono già le 4, devo mettermi in macchina per tornare a Milano".

Amo i week-end lunghi.

sabato 3 aprile 2010

Gente del Nord

Ieri sera sono andata a cena con non una, ma ben due Nothern Babies. La seconda era amica della prima, ovviamente, in visita per Pasqua in Italia.
Oltre a provare un ristorante vicino a casa dove abbiamo mangiato molto bene, e dove le porzioni non sono nemmeno così risicate, nonostante previsioni allarmanti, ho potuto ampliare le mie conoscenze di una cultura diversa dalla mia, che è sempre molto interessante.
Ovviamente ci sono differenze. Però in realtà non sono così insormontabili. Almeno per me, ma è anche vero che io sono un po' atipica come italiana.
Comunque, ho scoperto che il cibo non riveste un ruolo centrale nella vita solo per noi italiani; rivestirebbe un ruolo centrale anche per tutti gli altri, se solo le rispettive cucine nazionali fossero così buone. Non voglio fare del campanilismo, non conosco la cucina Finlandese, ma riporto esattamente quanto mi è stato detto dalle mie convitate, anche se sono certa che quando andrò in Finlandia a trovare la mia amica e potrò assaggiare le specialità locali, mi piaceranno.
A parte questo, e a parte l'ottimo Vermentino di Gallura che abbiamo bevuto, dopo cena siamo andate al solito locale. Essendo la città svuotata per le vacanze pasquali, il posto era praticamente tutto per noi, e siamo state coccolate come meritiamo.

giovedì 1 aprile 2010

Pubblicità ingannevole

I film degli anni '80 mi hanno rovinata.
Mi hanno fatto crescere con l'idea che sarebbe stato relativamente semplice fare una carriera folgorante; mi sarebbe bastato studiare, avere un cervello funzionante, avere un guardaroba fornito, essere informata, puntuale, e metterci passione.
Due film in particolare mi hanno fuorviata, perché hanno entrambi il lieto fine: Una donna in carriera (Working Girl) e Il segreto del mio successo (The Secret of My Succe$s).

C'è sempre la protagonista, o il protagonista, che è una/uno spiantato ma ambiziosissimo, con idee rivoluzionarie che restano inascoltate finché, assumendo una falsa identità, riesce a farsi prendere sul serio, a salvare la situazione personale e aziendale e a sconfiggere l'antagonista che cerca in tutti i modi di mettergli/le i bastoni tra le ruote.

Ah, ovviamente nel fare ciò conosce anche una persona meravigliosa, che di solito è già arrivata a un buon livello di carriera, che si innamora di lei/lui e ne apprezza le doti intellettuali, oltre che fisiche. Insieme formano una coppia bellissima e un team perfetto.

Immagino che negli anni '80 a NY fosse quasi così per davvero, anche se non proprio così. E a ben vedere anche le protagoniste di S&tC mica se la passano male, anche se sono degli anni '90 - 2000. Purtroppo gli sceneggiatori non hanno considerato che con queste storie cenerentolesche avrebbero illuso una intera generazione di persone che sarebbero diventate  adulte solo dopo quel periodo, e in un altra Nazione, per giunta.

Tess McGill nel film ha la mia età circa. Sembra mia mamma per come si trucca, ok, ma erano gli anni '80.
Non penso proprio che nei prossimi sei-sette mesi riuscirò a fare il botto, quindi Hollywood mi ha illusa e abbandonata.
Forse dovrei seguire un metodo più aggiornato per trovare il mio posto nel mondo.
Trovare un professionista che si ammazzi di lavoro e mi mantenga nel lusso.