martedì 16 novembre 2010

Flooded

Un normale giovedì mattina. Mini cucina del mio mini appartamento senza porte. Come ogni mattina, ancora intontita dal sonno ma già in ritardo sulla tabella di marcia che mi porterà a timbrare il cartellino in ufficio, apro lo sportello del pensile nel quale si trova lo scaldabagno in compagnia di vari utensili da cucina. Con un attimo di lucidità impensabile a quell'ora del mattino, mi accorgo che c'è un po' d'acqua sul fondo del pensile. Sposto varie ciotole e mi accorgo che sono piene d'acqua anche loro e a quel punto noto la gocciolina che pende dal bordo dello scaldabagno. Se fossi propensa a bestemmiare probabilmente questo sarebbe il punto della storia in cui tiro giù un paio di moccoli, invece, con una rassegnazione che mi è assai più consona, tolgo tutto dal pensile, stendo sul fondo uno straccio e metto una ciotola in corrispondenza della goccia. La buona notizia è che per lo meno ho ancora l'acqua calda, quella cattiva è che timbrerò certamente in ritardo.
Passo la giornata al telefono, a farmi rimbalzare dall'amministratore alla ditta che fa i lavori nello stabile, dalla ditta che fa i lavori ("noi siamo solo installatori, non riparatori") al numero verde del fabbricante. Finalmente ottengo qualche numero di riparatori autorizzati, e chiamo il primo della lista.
"Buongiorno, il mio scaldabagno ha iniziato a gocciolare"
"Che modello è?"
"Non lo so"
"Allora mi richiami quando ce l'ha davanti".

La sera appena arrivo a casa lo richiamo, e finalmente fissiamo un appuntamento per il lunedì mattina, tanto l'acqua gocciola piano piano.

Il venerdì mattina piazzo due ciotole e uno straccio sotto il gocciolio e me ne vado tranquilla in ufficio.
Non vedo l'ora che sia finita la giornata per andare a farmi un bell'aperitivo con le amiche, ma le otto ore passano abbastanza in fretta e riesco persino a prenotarmi il parrucchiere per il sabato mattina. Alle diciotto-e-zero-zero schizzo via come Fantozzi, non trovo ingorghi, trovo parcheggio subito, insomma, sembra che niente possa andare storto. Salgo in casa, poso le borse e, ancora con la giacca addosso e l'auricolare, apro lo sportello per controllare la situazione. E lì sbarro gli occhi.
Cazzo.
Avete presente le cascate del Niagara? Ecco.
Le ciotole sono traboccate, lo straccio completamente imbevuto fa gocciolare l'acqua anche a terra, cosa di cui mi accorgo solo sentendo i miei piedi fare sciaff sciaff. Mentre con mani tremanti cerco di svuotare le ciotole nel lavello senza però farmi la doccia, ovviamente mi squilla l'auricolare, che risponde automaticamente: è la Bucaniera per l'aperitivo. Mi rendo conto che metto insieme solo frasi sconnesse con le parole "scaldabagno" "cascata" "cazzo". L'unica frase di senso compiuto è: "Proprio oggi che avevo preso appuntamento dalla parrucchiera dopo mesi che non ci vado! Come faccio?", e lei mi dice ridendo "Vabbè, richiamami quando hai finito di tirare su l'acqua". È incredibile come gli altri diventino degli umoristi quando non è la loro cucina ad essere allagata.
Armeggio con quella che ritengo essere la manopola dell'acqua tentando di chiuderla, e per fortuna ci riesco scongiurando la visione di me che mi punto la sveglia ogni due ore per tutta la notte per svuotare le ciotole ed evitare danni peggiori. Nel frattempo richiamo al volo il tecnico. Forse gli faccio pena, forse sente una nota isterica nella mia voce, in ogni caso riesce a spostarmi in pole position per il giorno dopo, mattina presto.

Il tizio è puntualissimo, rapidissimo, e mi pare anche abbastanza onesto, anche se fa terrorismo spiegandomi che praticamente rischio di saltare in aria da un minuto all'altro. 
Per me l'importante è non morire affogata, non dovermi prendere altri giorni di ferie per fare entrare operai in casa e soprattutto avere l'acqua calda.

Ma in verità la gioia più grande è stata non dover rimandare l'appuntamento con la parrucchiera.

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