lunedì 7 maggio 2012

La campagna Papoleonica

Papà che si dirige verso il Friuli.
Se cercate bene, trovate anche la mamma e il cane.
Mia mamma ha una cugina a Udine.
Mio padre ha una cara amica di infanzia a Udine.
Camilla se ne sarebbe rimasta volentieri nella casa che ha ormai imparato a considerare sua, invece i bipedi hanno deciso di farsi una settimana a Udine e di portarsi dietro la povera, incolpevole quadrupede pelosa.

Sabato mattina, dovendo tornare a casa per salutarli e per festeggiare una media di 280 compleanni dei miei amici, ho sognato che ero arrivata troppo tardi, che loro erano già partiti e il mio cruccio maggiore era ovviamente "oooh noooo non ho salutato il caneeee". Mi sono svegliata depressa. Questo tanto per smentire chi sostiene che la genetica non conta niente, che è l'educazione che forma la persona: cavolate, il sangue ti segna, e so che mio nonno in questo momento se mi vede è molto fiero di me.

Il piano di mio padre era partire domenica "non più tardi delle 11, perché fino a Udine è lunga e poi c'è il rientro dal fine settimana".

Mi sono svegliata alle 11.30 e stavano ancora lì e in casa regnava il più totale casino e l'agitazione più caotica. Credo che in un esercito Ottocentesco in partenza per una campagna militare regnasse una confusione simile, e ringrazio Dio che i miei non dovessero portarsi anche gamelle, tende da campo e armi, se no saremmo stati veramente in una brutta, bruttissima situazione.

Papà è già sempre agitato di suo, ma quando deve prepararsi per un viaggio e va di fretta diventa se stesso alla terza potenza: letale. Mia mamma si agita per la partenza, in più si agita perché vede mio padre agitato, in più si agita perché vede Camilla agitata, e più si agita e più la sua stessa agitatazione la fa agitare.
La povera Camilla non capisce che cavolo sta succedendo e teme una rivoluzione. E' talmente perplessa che mi schifa pure l'angolino di cornetto che le allungo sempre la domenica mattina.

Alla fine dei preparativi, in ingresso giacciono i seguenti articoli (e ribadisco, stanno via una settimana, non 6 mesi): valigia di mamma (che è la stessa che io porterei per un mese all'estero); trolley gigante di papà, atto a contenere un cadavere o roba che una persona normale si porta dietro per un viaggio intercontinentale; borsa di Camilla con tutte le sue cose; sacchetti e borse varie di mamma; sacchetti e borse varie di papà (3 - 4 ciascuno); cuccetta del cane.

La cosa divertente è stato aiutare mio padre a caricare la Pluriel di mia madre con tutto questo po' po' di roba, ripetendogli come un mantra le cose che normalmente tende a dimenticarsi: "Papà: portafoglio, patente, occhiali, pipa, tabacco, poggiapipa..."; poi attendere che mio padre salisse a prendere le ultime cose (tra le quali mia madre) facendo la guardia alla macchina stracarica e facendo passeggiare il cane. Che, terrorizzata di venire portata a perdersi, a ogni passaggio davanti al cancello metteva il muso tra le sbarre come un carcerato, o tentava di rientrare a casa passando sotto al cancello.

Infine, all'alba delle 13.30, sono partiti. Con appena due ore e mezzo di ritardo sui piani.

Ci siamo sentiti varie volte; ho chiamato mia madre per avvisarla che ero arrivata a Milano e lei era già lì bella tranquilla con le cugine. Qualche ora più tardi, ho saputo che non si era nemmeno data la pena di chiamare mia sorella per farle sapere che erano tutti sani e salvi.

Ho chiamato papà il quale mi ha ringhiato che stava scaricando la macchina e mi avrebbe richiamata.
Non ne ho più saputo nulla. Presumo, data la quantità di roba, che stia ancora scaricando.

Comunque, ho capito come funziona: ci chiamano 8 volte al giorno, disturbandoci nel 99% dei casi, quando non hanno niente di meglio da fare.
Chiamare noi è come fare zapping in tv, nell'economia della giornata dei miei genitori.
Appena sono in compagnia, si divertono, hanno da fare, scompaiono.

Genitori snaturati.

1 commento:

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

Parole sante! Lo fanno anche i miei e, quando glielo faccio notare, hanno anche il coraggio di negare l'evidenza. Falsi!