giovedì 3 dicembre 2009

Approcci differenti

Anche se ieri ero troppo spossata non solo per parlarne, ma addirittura per ricordarmene, non è che non siano stati affrontati argomenti pregnanti alla cena del martedì delocalizzata (chiedo scusa per il termine orribile).
Ieri sera, in un momento di lucidità reso possibile dal prolungato contatto delle mie stanche membra col divano, il velo dell'oblio si è finalmente squarciato e mi è tornata la memoria.
Ed ecco la domanda a cui dare risposta:
il tipo di approccio che abbiamo con gli altri dipende dalla personalità e dal carattere di ciascuno o piuttosto da influenze famigliar-ambiental-culturali?
Io sono cresciuta al nord, dove indubbiamente le persone sono più chiuse, ma in una famiglia un po' particolare, quindi non credo di fare testo. Personalmente sono incline a buttarmi nelle situazioni nuove, ma in effetti un po' le inevitabili inculate delusioni della vita, un po' il modo di fare più cauto delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare, mi hanno portata a usare un minimo di prudenza in più. Preferisco darmi un po' di tempo per capire se la mia prima impressione viene confermata da una conoscenza più approfondita (di solito è così, ma mica sempre), e mi piace avere il tempo di conoscere bene le persone e vederle in contesti differenti. Inoltre, per timidezza congenita, so di rendere meglio sul lungo periodo piuttosto che sull'immediato.
L'altra scuola di pensiero emersa l'altra sera, e propugnata da un vero uomo del sud, professa invece il "ti do tutto e subito, ma al primo sgarro per me sei morto"; ovvero, il modo di fare ospitale e aperto tipicamente meridionale porta a trattare le persone come fossero famigliari fin dall'inizio, salvo poi ricredersi. Il che per me è molto rischioso: magari investo nel rapporto di amicizia con una persona che poi mi delude o, peggio, mi pugnala alle spalle, e a quel punto poco importa se gli tolgo il saluto, la pugnalata me la sono presa...
Ma sto divagando. Il punto è: siamo tutti diversi fra noi perchè siamo nati diversi o perchè ci diversifichiamo crescendo? Quanto è carattere e quanto è ambiente? E nel crescere in gruppi eterogenei, quanto ci si modella a vicenda, fino ad assomigliarsi un po'?

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