martedì 20 aprile 2010

La Gatta

Quando era piccola, bastava che qualcuno alzasse un po' la voce e lei scoppiava a piangere.
Quando doveva parlare con qualcuno per la prima volta arrossiva fino alla punta dei capelli. Qualunque emozione intensa la faceva avvampare, in effetti. Questo la rendeva insicura. Era anche timida.
Alle medie aveva deciso che se voleva vivere non doveva lasciare che il mondo la spaventasse, che non avrebbe tenuto più gli occhi bassi.
Alla fine delle medie aveva deciso che l'amicizia tradita faceva soffrire troppo, e che non si sarebbe fidata più di nessuno in modo così cieco, totale e irresponsabile. Che non avrebbe permesso che qualcuno la vedesse piangere, che avrebbe cercato di nascondere i suoi punti deboli agli altri mentre lavorava per eliminarli del tutto. Che si sarebbe costruita un'armatura che le consentisse di affrontare il mondo minimizzando i rischi.
Al liceo aveva ormai capito che non voleva dover dipendere da nessuno nella sua vita. Intanto
aveva imparato a ricacciare indietro le lacrime, a non mostrare la delusione, a non dare soddisfazioni a chi godeva nel farla soffrire; era diventata una persona più sicura di sè e riusciva a superare la timidezza, sempre facendosi una certa dose di violenza.
Era abbastanza soddisfatta del lavoro che aveva fatto su se stessa, ma c'erano ancora margini di miglioramento.
Un giorno questa impassibilità esteriore si incrinò a causa di una lite furibonda, con urla, lacrime e porte sbattute. Il suo stomaco sfogò lo stress accumulato con una gastrite che durò per settimane. Una facciata di impassibilità e tempeste che si agitavano nel suo petto e nella sua testa.
Poi tutto tornò alla normalità.
Il passo successivo doveva essere raggiungere la tranquillità interiore, o almeno provarci.

All'università stabilì che qualunque risultato fosse stata in grado di raggiungere nella propria vita, l'avrebbe fatto contando sulle sue sole forze.
Finita l'università, trovò lavoro senza dover ringraziare nessuno, e ne fu orgogliosa.
Un grande dolore nel frattempo le aveva quasi anestetizzato il cuore. Niente più tempeste, se non occasionalmente. Stavolta non era una cosa voluta, ma sentiva di essersi chiusa quasi totalmente al mondo esterno. Non riusciva nemmeno a parlare con gli amici più fidati, se non di argomenti superficiali. A che pro costruire dei rapporti, legarsi a qualcuno, se poi doveva per forza finire? La sofferenza era troppa, non voleva sopportarlo di nuovo.
Per un po' andò bene. Lo stato di atarassia funzionava. Ma aveva il pessimo vizio di porsi delle domande, di analizzare se stessa, e iniziò a preoccuparsi di essere diventata una persona arida ed egoista. Di dare agli altri un'impressione non vera della sua personalità; di non essere riuscita a trovare la giusta via di mezzo tra il mettere a nudo il proprio animo e non esporsi al rischio della sofferenza. Non voleva sembrare un automa senza sentimenti.
Ci sono ulteriori margini di miglioramento.

2 commenti:

the muffin woman pat ha detto...

sono i momenti in cui dici:
io mi merito una carezza senza fini di lucro, senza secondo fine.
una carezza sui cui appoggiarmi e fare leva, per rovesciare tutte la cattiveria che mi sta intorno.

Effe ha detto...

Che bello sarebbe, dovrebbero inventare un distributore automatico di carezze senza fini di lucro... Grazie Pat!